#undòujiāngdaPechino #14 Lo sci alpino e la storia del leopardo delle nevi

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E 13!

Come ampiamente preventivato nella giornata di ieri nessun azzurro è salito sul podio.

Ottime, comunque, sono risultate le prestazioni di alcuni nostri atleti.

Mi riferisco, in particolare alla coppia Charlene Guignard e Marco Fabbri, che sono riusciti a concludere al quinto posto la gara di danza nel pattinaggio di figura, nonché al milanese Emiliano Lauzi, che, dopo aver ottenuto un altissimo punteggio nella seconda manche (80,75: il terzo miglior punteggio in assoluto), è purtroppo caduto nell’atterraggio della manche successiva, caduta che gli ha precluso di partecipare alla finale che si è disputata poche ore fa presso l’impressionante rampa denominata “Big Air” di Shougang, concludendo il programma olimpico dello snowboard.

(il secondo salto di Emiliano Lauzi nella rielaborazione grafica effettuata dall’OBS)

Forse non tutti sanno che si tratta di una pista (lunga 164 metri, con una larghezza massima di 34 metri) costruita al centro di un parco industriale lungo la riva del lago Qunming – riconvertito più di 15 anni fa in vista dei giochi olimpici del 2008 – composto da una lunga fila di camini e di torri di raffreddamento di un’ex acciaieria, una zona trasformata in un hub turistico in grado di ospitare mostre d’arte e concerti.

E come ci auspicavamo tutti, la discesa libera femminile è stata la gara che ha permesso all’Italia di mettere la freccia e sorpassare il numero complessivo di medaglie vinte dalla nostra edizione quattro anni fa in Corea.

Di medaglie, questa notte non ne è arrivata solo una, di argento (di una rediviva Sofia Goggia), ma anche una seconda, di bronzo da parte della più piccola delle sorelle Delago, Nadia, che ha centrato il miglior risultato della sua carriera.

Non oso pensare cosa le riserverà il samoiedo Mika al suo rientro a casa!

LO SCI ALPINO E LA STORIA DEL LEOPARDO DELLE NEVI

Dopo il giorno, quello di ieri, con meno medaglie in palio, oggi, invece, se ne assegnano ben 7 di titoli olimpici, tra i quali quello di una delle specialità più spettacolari dello sci alpino, la discesa libera femminile, disputatasi lungo la pista di Yanqing (realizzata da una società italiana, che può essere innevata artificialmente grazie al bacino di raccolta capace di contenere 330.000 metri cubi di acqua che può essere trasformata in 700.000 metri cubi di neve in poco meno di tre giorni).

Si tratta di una disciplina presente ai giochi olimpici a far data dall’edizione di St. Moritz del 1948 (nella quale è stata introdotta assieme allo slalom speciale), mentre lo slalom gigante e il supergigante fanno parte dei giochi olimpici rispettivamente dal 1952 e dal 1988.

Ed è proprio dal supergigante che arriva la storia olimpica di oggi, una storia che arriva da lontano, da molto lontano, da una nazione che non sempre riesce a far partecipare un proprio atleta ai giochi olimpici invernali.

Ci è riuscita per la prima volta a Nagano nel 1998 (schierando il fondista Philip Bolt, che ha poi partecipato anche alle due successive edizioni del 2002 e del 2006), dopo di che nel 2018, grazie a Sabina Wanjiru Simader, la prima keniota a partecipare a una prova di sci alpino giochi olimpici, concludendo al 38mo posto la gara di supergigante.

Il “leopardo delle nevi” (così è soprannominata Sabina) è venuta alla luce in un paesino del Kenya a 1800 metri di altezza, nella contea di Kilifi, paese che ha però abbandonato all’età di soli tre anni per trasferirsi in Austria, la patria del compagno della madre, che di mestiere faceva il gestore di uno skilift e che, come tale, l’ha spinta a sciare per poi diventare il suo primo allenatore.

Il miglior piazzamento in coppa del mondo è un anonimo (per molti) 19mo posto in supergigante nel 2020, ma l’entusiasmo a questa ragazza non è mai mancato, come la voglia di emergere in uno sport che nel suo paese di origine è poco conosciuto e per nulla praticato.

Al punto tale da lanciare una campagna di crowdfunding, nonché creare un piccolo brand (le cuffie wireless con la tinta maculata tipica di snow leopard), che le consentono di pagare le spese necessarie per far parte del circo bianco e partecipare a competizioni internazionali, senza speranza di vittoria, ma con la voglia costante di migliorarsi.

Quest’anno Sabina non ce l’ha fatta a qualificarsi per i giochi olimpici, tant’è che nella cerimonia inaugurale di due venerdì fa la bandiera del Kenya non ha sfilato nello stadio olimpico di Pechino.

Ma sono sicuro che l’appuntamento è solo rinviato alla prossima edizione, quando Sabina, di anni ne avrà 28, e farà di tutto per tenere alta la bandiera del proprio paese di nascita alla cerimonia di apertura dei giochi di Milano-Cortina 2026.

LE GARE DA NON PERDERE MERCOLEDI’ 16 FEBBRAIO

Giornatina davvero interessante quella di domani, per i nostri colori.

S’inizia poco prima del suono della sveglia seguendo (dalle 6,45) la seconda manche dello slalom speciale maschile (dove auspichiamo di vedere come protagonisti Giuliano Razzoli, Alex Vinatzer e Tommaso Sala).

Dopo di che si confida che Francesco De Fabiani e Federico Pellegrino possano giocarsi (perlomeno) il gradino più basso del podio (dalle 12,30 in poi) nel team sprint a tecnica classica di sci di fondo e si auspica che dalle ultime gare dello short track (di cui parleremo domani) la staffetta maschile (dalle 13,44 in poi) e Arianna Fontana (finale dei 1500 metri dalle 14,18 in poi) possano regalarci ancora una medaglia.

Il tutto, sotto l’occhio vigile di tre nostri rappresentanti, di cui Vi parlerò nella puntata di domani.

Stay tuned!

Wenner Gatta Avvocato e appassionato dal 1978 di ogni tipo di sport, visto, si badi bene, dalla privilegiata posizione del proprio divano di casa. Dal 2020 socio dell’associazione Nicolodiana e Salvadoriana telepcsportdipendenti. Il suo motto è: “Perché seguire solo un evento sportivo, quando se ne possono vedere tanti contemporaneamente?”. Da marzo 2021 cura settimanalmente sulle pagine di Sport In Media la rubrica “Ultra Slow Mo” dove cerca di raccontare ciò che non si vede dello sport in TV.

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