Quando si parla di cricket, in Italia, il tema sembra esotico.
I più curiosi potrebbero aver notato che anche nella mia bio, posta in calce agli articoli di questa rubrica, riconosco come “il cricket per me rimane un mistero”. Si tratta di una chiusa ironica, ma fino a un certo punto, perché è vero che alle nostre latitudini questo sport non è tra i più seguiti.
Si tratta infatti di una disciplina che affonda le proprie radici nella tradizione inglese e che trova la più ampia cassa di risonanza proprio nei paesi del Commonwealth (India, Australia, Sudafrica, e Caraibi). Ma alcuni retaggi li troviamo anche nelle nostre società sportive…pensate al Genoa calcio, la cui denominazione ufficiale è “Genoa Cricket and Football Club”, grazie ai fondatori inglesi che, nel 1869, avevano ben più a cuore questo sporto che il “football”.
Proprio in questi giorni, si è conclusa in India e Sri Lanka la ICC T20 World Cup, uno degli eventi sportivi più potenti al mondo in termini di audience, valore medio e capacità di influenzare mercati da miliardi di persone, torneo a cui ha partecipato anche l’Italia (e ha pure vinto una partita!), le cui partite hanno trovato visibilità anche su Sky Sport.
Uno sguardo attento a questo tipo di torneo, ci fa comprendere come sia un laboratorio perfetto per capire come funziona lo sport nell’era dell’economia dell’attenzione, perché il T20 non è semplicemente cricket in formato breve, è un prodotto progettato per monetizzare tempo, dati e visibilità.
Vediamo di capirci qualcosa di più…anche perché il cricket si prepara a sbarcare ai Giochi Olimpici di Los Angeles 2028!

Prima di iniziare: cos’è il cricket
Credo sia doveroso premettere alcuni cenni sintetici sulle regole e lo scopo del cricket che, lo ammetto, ignoravo anch’io prima di documentarmi per questo articolo (NB per gli esperti: siate clementi, ci saranno magari inesattezze, chiedo venia…)
Dunque, lo scopo principale del cricket è segnare più run (punti) possibili rispetto alla squadra avversaria, battendo la palla e correndo tra due set di wicket (porticine/cancelletti), evitando al contempo di farsi eliminare.
Quando si è in difesa, l’obiettivo è limitare i punti avversari ed eliminare i battitori.
Vince chi accumula il punteggio più alto.
Esistono poi vari formati di gara che si basano sul numero di over (una serie di 6 lanci validi consecutivi effettuati da un singolo lanciatore): il numero totale di over determina la lunghezza della partita. Nel Twenty20 (T20) si giocano 20 over per squadra, mentre negli One-Day Internationals (ODI) sono 50.
Ci sono poi partite (Test Match) che prevedono over illimitati…con relativi match che possono durare fino a 5 giorni…(!).
Il tempo, soprattutto nel periodo più recente, è divenuto un limite per questa disciplina che proprio nel formato T20, nato nel 2003 proprio per rispondere ad esigenze televisive, ha trovato una risposta commercialmente più appetibile.
Per i profani come me, il cricket sembra presentare vari (e vaghi) punti di contatto e somiglianza con il “baseball” (magari anche nella terminologia, anche qui si parla di “inning”), con il quale condivide appunto proprio il problema del tempo di gioco che, se troppo dilatato, rischia di svilire il “prodotto commerciale”.
Per un approfondimento delle regole, vi lascio il link alla relativa pagina curata dalla Federazione Cricket Italiana.
🇮🇹 Il cricket in Italia: dalle comunità ai Mondiali
Il movimento italiano, guidato dalla Federazione Cricket Italiana, è cresciuto grazie alla presenza di comunità provenienti da India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh.
In molte città del Nord Italia non è raro vedere ragazzi giocare a cricket nei parchi pubblici o nei cortili, spesso con attrezzature improvvisate.
È uno sport a basso costo di accesso, con forte radicamento legato alle comunità di cui parlavo sopra ed è capace di generare integrazione “spontanea”.
La recente qualificazione dell’Italia ai Mondiali T20 ha segnato un passaggio storico, così come anche la prima vittoria di una partita proprio ai Mondiali contro il Nepal: da fenomeno di nicchia a realtà competitiva internazionale.
Chissà, magari potrebbe essere un primo passo “nel palcoscenico principale”, per una disciplina che, di fatto, rappresenta comunque una forte componente multiculturale della nostra società.
E pensare che tra i nostri campioni del calcio, troviamo un “insospettabile” appassionato ed ex giocatore di cricket…Bobo Vieri, cresciuto in Australia! (ecco una bella intervista accordata qualche tempo fa alla rivista ufficiale della nostra federazione).
Vi consiglio anche di approfondire il rapporto del nostro Paese con questo sport nel recente articolo del sito Ultimouomo, dove viene intervistato anche l’amico di SportInMedia, il prof. Nicola Sbetti, il quale ha collaborato per qualche tempo con l’ufficio stampa della federazione italiana cricket.
Il vero prodotto non è la partita, è l’attenzione.
La T20 come detto nasce negli anni 2000, sotto la guida dell’International Cricket Council, con un’intuizione chiara: comprimere il cricket in circa tre ore.
Non è una scelta tecnica, è una scelta economica.
Il cricket tradizionale (Test Match) può durare cinque giorni, mentre il T20 dura una serata. È compatibile con il prime time televisivo, con lo streaming, con ritmi più serrati.
In un mondo in cui la risorsa scarsa è il tempo, la T20 è progettata per:
⚫️ aumentare l’intensità per minuto,
⚫️ rendere ogni partita un evento “consumabile”,
⚫️ moltiplicare gli slot pubblicitari.
È lo stesso principio che ha guidato molte trasformazioni nello sport moderno: meno durata, più densità, maggiore monetizzazione.
Mondiali 2026: perché contano (economicamente)
L’evento non è solo una competizione tra nazionali, ma un’operazione globale di espansione del mercato: ogni nuova edizione allarga il numero di squadre partecipanti, Paesi coinvolti, finestre televisive, pacchetti diritti vendibili (immagino che qualcuno abbia notato delle assonanze con le recenti politiche della FIFA…).
Più squadre può significare infatti più mercati nazionali interessati, più mercati significa maggiore potere contrattuale nei diritti media. E il cricket ha bisogno di espandersi al di là dei mercati tradizionali.
Il vero motore finanziario resta il subcontinente indiano: India e Pakistan generano audience che, da sole, valgono più di intere aree geografiche in altri sport globali.
Si stima che oltre il 70% degli introiti della ICC sia legato direttamente o indirettamente al mercato indiano. In termini economici, l’India è per il cricket ciò che gli Stati Uniti sono per la NBA.
Ecco perché una partita come India–Pakistan non è mai solo sport.
Le sfide India–Pakistan sono tra gli eventi sportivi più seguiti al mondo, con centinaia di milioni di spettatori simultanei. Qui il cricket non è solo intrattenimento: è coesione sociale e diplomazia sportiva.

Come crea davvero profitto la T20 World Cup
Il modello di business è più sofisticato di quanto sembri.
La principale fonte di ricavo sono i diritti audiovisivi. I broadcaster pagano cifre enormi per ottenere l’esclusiva territoriale.
La pubblicità viene venduta su: minuti di visione, picchi di audience, partite ad alta rivalità.
Accanto ai media rights troviamo: sponsorizzazioni globali, ticketing, merchandising ufficiale, diritti digitali.
Ma la vera forza del modello è la diversificazione: nessuna singola voce regge tutto il sistema, anche se i media rights restano predominanti.
Solo nel primo week end di febbraio, data di inizio della competizione, gli organizzatori hanno dichiarato di aver avuto più di 647 milioni di visualizzazioni sulle varie piattaforme e un record di 116.595 presenze negli stadi.
Numeri importanti, destinati ad “esplodere” in occasione delle fasi finali del torneo.
Chi paga e chi incassa
C’è poi il lato meno raccontato: come vengono ripartiti i costi.
I Paesi ospitanti sostengono costi rilevanti per sicurezza, logistica, infrastrutture, organizzazione locale.
L’ICC centralizza e redistribuisce i ricavi, ma una parte significativa dei costi fissi ricade sui governi ospitanti, che giustificano l’investimento con turismo e indotto economico.
È la dinamica classica dei mega-eventi sportivi, come anche le Olimpiadi, dove l’organizzazione internazionale monetizza i diritti globali, il Paese ospitante assorbe una parte del rischio infrastrutturale.
Questo squilibrio è uno degli aspetti più interessanti da analizzare in ottica di economia dello sport.
Perché il formato T20 è perfetto per l’era digitale
Rispetto alla tradizionale ICC Cricket World Cup (formato ODI), la T20 è più adattabile.
Non ha la stessa legacy storica e tradizionale, ma ha tre vantaggi chiave:
➡️ È breve e intensiva.
➡️ Genera più partite in meno tempo.
➡️ Si adatta perfettamente a social media e clip brevi.
Il torneo vive di highlights, micro-contenuti, statistiche in tempo reale, meme sportivi.
È un prodotto nativamente digitale, il cui successo è frutto anche di una attenta architettura finanziaria.
Il modello della T20 World Cup insegna qualcosa di molto chiaro: è un esempio paradigmatico di come uno sport abbia deciso di innovare le proprie tradizioni per aprirsi al mondo.
Un po’ per necessità, un po’ perché ci si deve adattare ai tempi che cambiano.
📌 IL VALORE SOCIAL DELLE STAR DEL CRICKET
Nel cricket globale le star non sono solo atleti: sono piattaforme media autonome. Il problema è che in Italia probabilmente non ne conosciamo uno…eppure si tratta di fenomeni assoluti che possono contare su un seguito paragonabile ai gradi campioni NFL, NBA, F1 o del calcio europeo.
🏏 Virat Kohli
Ha oltre 250 milioni di follower su Instagram. È uno degli sportivi più seguiti al mondo. Ogni suo post genera milioni di interazioni. Per i brand, è una macchina di conversione in un mercato da oltre un miliardo di persone.
🏏 Babar Azam
Capitano del Pakistan e volto commerciale centrale per il mercato pakistano. Forte engagement nazionale e crescente visibilità internazionale.
🏏 Jos Buttler
Profilo meno massivo in termini assoluti, ma strategico per il mercato UK e per le campagne dei brand occidentali.

💰 MoneyBall
Matteo Zaccaria | Coltiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non “magna gati”. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!
“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire”
(Michael Douglas)




