Dietro la regia del motomondiale: intervista ad Andrea Miglio (a cura di Wenner Gatta)

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Proprio in ricorrenza del trentesimo anniversario di un giorno storico nella televisione sportiva italiana (il 29 marzo 1992, infatti, Tele+2 ha trasmesso in Italia il primo evento sportivo criptato della storia, il GP di Suzuka del Motomondiale: per i dettagli rimando agli articoli di Simone Salvador e di Pino Frisoli pieni di interessanti aneddoti) ho avuto la possibilità, prima ancora che, come sempre, il privilegio, di chiacchierare con colui che tra il 2005 e il 2013 ha curato per l’Italia la regia nazionale delle gare del motomondiale.

Andrea Miglio mi spiega che la passione per questo lavoro gli è nata fin da bambino, quando “mentre i miei coetanei andavano il sabato pomeriggio a dare quattro calci a un pallone, seguivo mio papà, regista televisivo oltre che pubblicitario” (singolare, poi, che tanto il padre Guido quanto Andrea abbiano collaborato, pur in tempi diversi, per la realizzazione di un noto programma televisivo che dal 1982 andava in onda la domenica su Italia 1 poco prima di pranzo condotto da Andrea De Adamich, Grand Prix).

Appassionato di sport motoristici è entrato a far parte della grande redazione di Mediaset all’età di 25 anni quale assistente alla regia: un lavoro perfetto, il suo, in quanto sintetizzava due delle sue più grandi passioni.

Mi spiega, Andrea, che con il trascorrere degli anni si è reso conto dell’importanza per un regista di conoscere lo sport che sta trasmettendo: “Se uno sport lo hai praticato, anche a livello amatoriale, capisci cosa sta per succedere e sei in grado di anticipare quel che accade, in modo da consentire al telespettatore di non perdere nemmeno un istante di una competizione sportiva”.

Mentre ascolto queste parole, mi viene in mente ciò che ho visto di recente all’arrivo della Strade Bianche femminile, di qualche tappa dell’edizione n. 57 della Tirreno-Adriatico, eventi nei quali si è visibilmente percepito come i vari registi non capissero cosa stava per accadere di lì a poco, facendo perdere a noi telesportdipendenti diversi momenti salienti della competizione che stava andando in onda.

Chiusa questa mia breve personale digressione, Andrea mi rivela la grande emozione provata quando per la prima volta vide impressa su Italia 1 la grafica “regia nazionale Andrea Miglio”: “Fu un momento in cui mi resi conto di essere arrivato a un punto importante della mia carriera che sognavo fin da piccolo, consapevole però che davanti a me avevo una strada molto lunga e tutta in salita. Un punto di arrivo coincidente con un nuovo e stimolante punto di partenza”.

Dal 2005 al 2013 Andrea ha vissuto in prima persona quel “gran quartiere” che definisce il paddock, esperienza che gli ha consentito di girare il mondo settimana dopo settimana (“cosa che non sarebbe stato possibile senza il costante sostegno di mia moglie Cristina e dei miei genitori, e, ovviamente, della squadra di professionisti che ha lavorato con me”) per fare quel lavoro che sognava di fare fin dalla tenera età: “Ogni volta che si va in onda si prova un indescrivibile coacervo di emozioni: un mix fra pressione, tensione, adrenalina, un qualcosa difficile da descrivere, ma a cui non puoi rinunciare. Non vorresti essere altrove, se non lì, a fare ciò che sei chiamato a fare”.

Ma purtroppo, nella sua carriera, ha dovuto anche fare i conti con emozioni tutt’altro positive, come quelle vissute in prima persona domenica 23 ottobre 2011 a Sepang, quando curava la regia italiana di un Gran Premio di Moto GP passato purtroppo alla storia per essere stato quello in cui si è verificata una delle più grandi tragedie dello sport italiano.

Con voce decisamente rotta dall’emozione mi confida che “Marco era un amico, con cui abbiamo anche girato nel 2009 uno spot pubblicitario. Avevamo la stessa macchina, dello stesso colore e un giorno mi chiese se l’avessi settata al punto giusto. Prese le chiavi e me la sistemò, a modo suo: per Marco si trattava di un settaggio normale, per noi umani, invece, divenne inguidabile”.

Andrea ha poi “avuto l’onore” di curare la regia televisiva delle esequie dell’amico: “Quel giorno andai a salutarlo per l’ultima volta prima della funzione. Era lì, Marco, sotto un enorme foto che lo ritraeva sorridente in una delle sue espressioni naturali. Ho pensato, fra me e me: “spero di essere all’altezza di gestire tutto questo, perché non sarà affatto facile”.

E non è altrettanto facile provare a parlare d’altro, quando si toccano temi così delicati, ma ci provo chiedendo ad Andrea quali sono a suo avviso le principali innovazioni a livello di riprese televisive che ha avuto modo di vedere con i suoi occhi in quegli anni: “Due su tutte Wenner: l’aumento della definizione, ma, soprattutto, l’introduzione sempre più frequente di telecamere slow motion che permettono di avere quella fluidità nei replay che consente al telespettatore di vedere ogni singolo dettaglio della moto. Ricordo che ad Aragon nel 2012 venne testata una telecamera in grado di “fare” più di 1.500 frame al secondo, grazie alla quale i commentatori riuscivano addirittura a comprendere dettagli del set up delle moto come per esempio il tiraggio della catena”.

Oggi”, prosegue Andrea, “queste telecamere sono diventate una consuetudine, ma all’epoca non era così. Così come, ad esempio, durante una sessione di prove libere al Sachsenring nel 2011 mi accorsi che la Dorna per due/tre minuti sperimentò una telecamera sulla sella di una moto che manteneva la linea dell’orizzonte nonostante le pieghe del pilota. Corsi subito da Sergi Sendra  lo storico regista spagnolo a capo dei contenuti televisivi e della produzione internazionale della Dorna, per Andrea “il migliore del mondo”: n.d.r.) per chiedergli cosa fosse: mi rispose sorridendo “Tu tienes muy atention!”.

Attualmente, la ripresa con la telecamera giroscopica è una delle inquadrature classiche che siamo abituati a vedere nei nostri teleschermi, che ci viene offerta per il tramite di una camera posizionata non solo sulla sella della moto, ma anche sul cruscotto.

Peraltro, Andrea, mi fa notare come nel corso degli anni abbiano via via trovato spazio grafiche sempre più performanti, in grado di far calare il telespettatore all’interno dell’evento sportivo: “Avendo curato dal 2013 al 2018 la regia italiana della Superbike, decidemmo di utilizzare insieme a Max Biaggi in occasione del suo ritorno alle gare nel 2015 un sistema che fosse in grado di trasmettere in diretta alla regia i battiti cardiaci del pilota durante la gara. Si tratta di un qualcosa che è stato poi sviluppato nel corso delle stagioni successive e che permette oggi al telespettatore di vedere in tempo reale i battiti cardiaci del centauro mentre è in pista, l’esatta posizione sul tracciato in cui si trova, se, e quanto, sta accelerando o frenando e, infine, le forze “G”  a cui è sottoposto”.

Secondo Andrea, nonostante i passi da gigante, il telespettatore non è ancora in grado di percepire la velocità della moto, quella di frenata, e, soprattutto, il dislivello del tracciato.

La mia impressione, poi mi sbaglierò, è che si stia già lavorando dietro le quinte per introdurre a stretto giro qualche gustosa novità anche sotto questo aspetto.

Nel frattempo, il tempo è volato ed Andrea si deve preparare per volare via.

Per prendere un volo che lo porterà lontano, molto lontano, per seguire da vicino quale regista internazionale i campionati del mondo di un altro sport, che non centra nulla con il mondo dei motori, ma che ha imparato a conoscere ed apprezzare da qualche anno a questa parte.

Già, perché Andrea non si occupa solo di regia di eventi motoristici, ma anche di altre competizioni sportive, come, ad esempio quella che seguirà da vicino la prossima settimana (i più attenti lettori di questa rubrica avranno già capito qual è…), o quella per la quale nel 2018 ha diretto le telecamere di quello che è stato il sesto evento sportivo più visto al mondo.

Quale?

Stay tuned!

Wenner Gatta Avvocato e appassionato dal 1978 di ogni tipo di sport, visto, si badi bene, dalla privilegiata posizione del proprio divano di casa. Dal 2020 socio dell’associazione Nicolodiana e Salvadoriana telepcsportdipendenti. Il suo motto è: “Perché seguire solo un evento sportivo, quando se ne possono vedere tanti contemporaneamente?”. Da marzo 2021 cura settimanalmente sulle pagine di Sport In Media la rubrica “Ultra Slow Mo” dove cerca di raccontare ciò che non si vede dello sport in TV.Durante i giochi olimpici invernali di Pechino 2022 ha invece pubblicato quotidianamente sempre sulle pagine di Sport in Media la rubrica #undòujiāngdaPechino.

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