Riceviamo e pubblichiamo: “Parole al vento (del deserto)”. Qatar 2022 | La conferenza di Gianni Infantino

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera del lettore Leo Lombardi, che commenta così la conferenza stampa del presidente FIFA, Gianni Infantino, alla vigilia dei Mondiali Qatar 2022.

Chissà come si sente oggi Gianni Infantino. Sicuramente meglio di chi (solidarietà totale) ha dovuto sorbirsi 61-minuti-61 di conferenza stampa pre Mondiale, una pena che a Dante Alighieri sarebbe piaciuta tantissimo. Perché il problema di chi sta al vertice per troppo tempo è sentirsi poi intoccabile e pronto a dire tutto su tutto: sarebbe servito un Nanni Moretti di pronto intervento. “Mi sento gay”. Certo, spiegalo a chi non va tanto per il sottile sul trattamento da riservare agli omosessuali. “Mi sento lavoratore migrante”. Va bene, citofonare salvinianamente al medesimo campanello, a meno che non siano carta straccia certe inchieste sulle morti in Qatar. “Mi sento bullizzato”. Avrebbe potuto limitarsi al fatto di essere italiano in Svizzera (solidarietà totale: parliamo di un Paese che ha concesso il voto alle donne nel 1971. Sì, nel 1971) e lasciar perdere i capelli rossi. “Mi sento qatarino”. Quello sì, va bene, visto che ha scelto di lasciare la poco amata Confederazione, per prendere casa da quelle parti.

Forse, grazie proprio a quest’ultimo aspetto, può parlare del paese arabo con una cognizione di causa a noi ignota. Mentre sulla storia… “Gli europei dovrebbero scusarsi per quello che hanno fatto al mondo negli ultimi 3.000 anni”. Europei? Il concetto di Europa ha cominciato a circolare per la prima volta dopo la battaglia di Poitiers, quando Carlo Martello con i Franchi fermò le truppe arabo-berbere, che magari erano da quelle parti per una esercitazione congiunta. Era il 732: 2022 meno 732 fa 1290. Ce ne vuole per arrivare a 3.000. Ma forse parlava (giustamente) del fenomeno del colonialismo. Stiamo larghi: inizio 1500. Anche qui: 2022 meno 1500 fa 522. Come ci si arriva a 3.000? Ora. Quello che hanno fatto gli europei alle altre nazioni ai tempi degli imperi è totalmente esecrabile: basti il Congo del piccolo Belgio. Ma giocare con le parole in questo modo non è corretto. Specie quando si comanda la Federazione più potente al mondo. O forse proprio per quello. Perché Gianni Infantino è uomo Fifa dal 2000, uno che ha toccato con mano il delirio di onnipotenza di Joseph Blatter e che è stato visto con simpatia nei suoi primi passi da presidente nel 2016, nel tentativo di far dimenticare parecchi danni del predecessore e connazionale. Però se avessimo attribuito contenuti e toni della conferenza al vecchio Sepp, nessuno si sarebbe accorto della differenza. E questo preoccupa. Come preoccupa il solenne “saranno i Mondiali più belli della storia”. Mai sentito prima e, come direbbe Rocco Schiavone, “sticazzi” (e non “me cojoni”).

Leo Lombardi

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