C’era una volta… un derby. Non si sapeva quando si sarebbe giocato, a che ora, e nemmeno in quale giorno della settimana. Non è una favola, è la 37ª giornata di Serie A 2025/2026.
Nell’arco di quattro frenetici giorni — da lunedì 12 a giovedì 15 maggio — Roma-Lazio ha cambiato data, orario e stato d’animo almeno tre volte. E con essa altre quattro partite.
Il motivo del contendere era semplice quanto imbarazzante: la finale degli Internazionali BNL d’Italia di tennis, in programma domenica 17 maggio alle 17:00 al Foro Italico, a poche centinaia di metri dallo Stadio Olimpico.
Questa vicenda ci racconta tanto sul sistema-calcio italiano, che gestisce miliardi di euro in diritti televisivi, ma non riesce a incrociare il proprio calendario con quello dell’ATP, disponibile da tempo.
Ma la Serie A può economicamente permettersi di perdere così tanta credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, dei tifosi e, soprattutto, dei propri investitori?
Mi permetto di dire la mia, cercando di fare qualche riflessione che vada al di là delle sterili polemiche a caldo, per… vedere di capirci qualcosa di più.


La cronaca di un caos annunciato
Tutto comincia, almeno sulla carta, con una certezza: Roma-Lazio si sarebbe giocata domenica 17 maggio alle 12:30.
È l’amministratore delegato della Lega Serie A, Luigi De Siervo, ad annunciarlo l’11 maggio, in diretta su Radio Rai, come soluzione già definita. Ogni altra ipotesi, aggiunge, “non risulta percorribile”.
Il lunedì, il Prefetto di Roma emette un’ordinanza che stabilisce il contrario: Roma-Lazio si gioca lunedì 18 maggio alle 20:45 per motivi di ordine pubblico e mobilità urbana, vista la concomitanza con la finale degli Internazionali di tennis. Quindi, per garantire la contemporaneità, vengono spostate al lunedì sera anche tutte e quattro le partite collegate alla cosiddetta “zona Champions”.
La Lega Serie A insorge immediatamente. L’ordinanza è “non comprensibile”, “un precedente pericoloso”, una scelta che “si disinteressa dei problemi generati ai tifosi, ai club, ai calciatori, alle televisioni nazionali e internazionali”. Ecco allora il ricorso d’urgenza al TAR del Lazio.
Mercoledì 14 maggio, nell’udienza al TAR, la Lega presenta una proposta di compromesso: anticipare il derby — e tutte le altre quattro partite — alle 12:00 di domenica, chiedendo contestualmente alla Federazione Italiana Tennis e Padel (FITP) di posticipare di 30 minuti la finale, così da creare una finestra temporale sufficiente per il deflusso del pubblico.
La risposta della Prefettura arriva nel giro di qualche ora: “proposta non percorribile”: quindi si gioca lunedì 18 alle 20:45.
Il TAR, nel frattempo, decide di non decidere, rinviando la questione all’Avvocatura dello Stato.
Nel pomeriggio del 14 maggio si riunisce d’urgenza il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, con la presenza di sindaco di Roma, questore, comandanti dell’Arma e della GdF, presidente della Lega e rappresentanti degli Internazionali.
Epilogo con colpo di scena.
La Prefettura accetta. Derby domenica alle 12:00, finale degli Internazionali confermata alle 17:00. E vissero felici e contenti….
Era possibile dall’inizio, come ha dimostrato la fine della storia, ma a che prezzo si è svolta tutta questa gazzarra?
Il problema vero: si sapeva da anni
La questione che questa vicenda porta alla luce, con tutta la sua grottesca evidenza, è di quelle che non si possono liquidare con un ‘errore di comunicazione’ o un generico appello alla complessità organizzativa.
La finale degli Internazionali BNL d’Italia è solitamente fissata nella domenica della seconda metà di maggio. L’orario — le 17:00 della domenica — è stabilito dall’ATP con almeno uno o due anni di anticipo, parte di un circuito internazionale che coinvolge decine di paesi, broadcaster, sponsor globali e, quest’anno, la probabile presenza in campo di Jannik Sinner (spoiler! poi ha pure vinto) e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in tribuna. Non è una variabile imprevedibile. È una certezza istituzionale inscritta nel calendario tennistico mondiale.
La Lega Serie A, che ha la piena proprietà dei propri diritti e la totale autonomia nella costruzione del calendario, avrebbe dovuto semplicemente consultare un’agenda.
La Lega stessa, a vicenda ormai conclusa, ha annunciato che terrà conto degli Internazionali di tennis e delle ATP Finals quando sorteggerà il calendario della prossima stagione (…).
Traduzione: ce ne siamo accorti adesso. Dopo un ricorso al TAR, un’ordinanza prefettizia, tre cambi di orario, e quattro giorni di caos nazionale e polemiche.

Il rispetto che manca: giocatori, addetti ai lavori, tifosi
C’è un aspetto di questa vicenda che tende a passare in secondo piano nel fragore delle dichiarazioni istituzionali: il rispetto — o meglio, l’assoluta mancanza di rispetto — nei confronti di chi il calcio lo vive ogni giorno.
I giocatori, innanzitutto. Un derby della Capitale a mezzogiorno, in piena età primaverile, non è una scelta tattica neutra: è una condizione fisicamente impegnativa, con stadi già caldi, senza il naturale adattamento che un orario serale consentirebbe. Maurizio Sarri, ancora prima che il caos deflagrasse, aveva già protestato pubblicamente contro l’ipotesi del lunch match. Ma la contemporaneità con le partite Champions imponeva la sua logica, e le esigenze atletiche degli atleti sono venute dopo.
Le squadre, che investono tanti soldi e che si giocano ricchi premi, spesso vitali per i propri budget.
Gli addetti ai lavori, poi: registi televisivi, tecnici del suono, cameramen, operatori, personale di sicurezza, steward, volontari della croce rossa. Per cinque partite in contemporanea, a un orario atipico come le 12:00, tutta la macchina organizzativa deve essere in piedi dal giorno prima. La Lega stessa, nel suo ricorso al TAR, aveva ammesso che le 12:30 “impatta sui costi organizzativi in termini di personale che deve essere al lavoro dal giorno prima”. Una confessione in forma di memoria legale.
Ma è sui tifosi che il disservizio è stato più pesante e più concreto. Ci sono persone che avevano preso giorni di ferie dal lavoro per il lunedì sera, prenotato alberghi, organizzato trasferte da fuori Roma. Ci sono abbonati che avevano piani familiari costruiti attorno all’orario annunciato. Tutti, a meno di cinque giorni dalla partita, non sapevano ancora se avrebbero visto il derby domenica a pranzo o lunedì sera. Decine di migliaia di persone allo stadio, tra Olimpico e le altre quattro partite, più le famiglie, più chi si organizza per seguirlo da casa, al bar, al circolo. Trecentomila tifosi in cinque città, come ha sintetizzato il presidente Simonelli, lasciati in un limbo organizzativo per quasi una settimana.
È lecito? Io penso di no, anche e soprattutto per chi paga, e spesso non poco, per assistere a questo spettacolo.

Il business svilito: diritti TV, pubblicità, credibilità internazionale
Questa vicenda non è soltanto un problema di immagine. A mio modesto avviso, ha implicazioni dirette, misurabili in denaro, sul valore commerciale del prodotto Serie A.
I diritti televisivi sono il cuore economico del calcio italiano. La Serie A, nella stagione 2024/2025, ha distribuito ai club circa 900 milioni di euro netti dalla vendita delle licenze audiovisive — cifra già in calo rispetto alla stagione precedente, quando il totale superava il miliardo. Sul fronte estero, il campionato incassa oggi 240 milioni di euro l’anno, in ulteriore riduzione rispetto ai 250 del ciclo precedente.
Il confronto con la Premier League è brutale: il campionato inglese porta a casa 2.600 milioni annui solo dall’estero, oltre dieci volte tanto. L’ultima classificata della Premier — il Southampton, retrocesso con 12 punti in 38 partite — ha incassato circa 130 milioni di sterline dai diritti televisivi: più del doppio di quanto l’Inter, campione d’Italia, riceve in Italia.
In questo contesto già difficile, la gestione caotica di data e orario delle partite può sembrare un dettaglio. Non lo è. Chi acquista i diritti televisivi della Serie A all’estero — broadcaster in Asia, Nord Africa, America Latina, Medio Oriente — deve costruire palinsesti, vendere spazi pubblicitari, comunicare ai propri abbonati quando e dove guardare le partite. Farlo richiede una pianificazione. Uno spostamento di giorno e orario, comunicato a meno di una settimana dalla partita, non è solo un disagio: è un danno contrattuale, una rottura della fiducia, una prova di inaffidabilità sistemica.
È vero che si sapeva sin dall’inizio che le ultime giornate avrebbero potuto “subire” l’esigenza di giocare alcune partite in contemporanea, ma qui si è andati oltre.


Chi deve vendere uno spazio pubblicitario in una finestra televisiva di primetime sa esattamente quale partita va in onda e a che ora. Se quella finestra salta o cambia, il contratto pubblicitario può saltare con lei. Se questo accade con una certa frequenza, il broadcaster internazionale semplicemente smette di pagare cifre significative per un prodotto che non riesce a garantire stabilità. E la Serie A è già in questo circolo vizioso: incassa meno all’estero, in parte perché la sua immagine è quella di un campionato imprevedibile, disorganizzato, con pochi investimenti infrastrutturali, difficile da commercializzare con la stessa efficacia di Premier, Liga o Bundesliga.
Non si tratta soltanto di un problema di comunicazione. La vicenda del derby di Roma è la punta di un iceberg che comprende anche la più ampia crisi di governance del calcio italiano: processi arbitrali, federazioni commissariate, presidenti indagati. Come ha scritto l’Editoriale Domani, “ciò che avviene attorno al derby e agli Internazionali è solo l’ultima dimostrazione di una fase di profonda crisi del calcio italiano”.

Il valore di un prodotto si costruisce ogni giorno
Roma-Lazio si è giocata domenica 17 maggio alle 12:00. Il derby c’era, una curva (quella della Roma) piena, l’altra (tifosi della Lazio) vuoto per protesta, la finale di tennis è iniziata alle 17:00, Sinner ha vinto e Mattarella ha assistito dagli spalti. Tutto, alla fine, è andato al suo posto. Ma il percorso per arrivarci — quattro giorni di caos, un ricorso al TAR, ordinanze prefettizie ribaltate, dirigenti sportivi che si insultano — ha lasciato un segno.
Il valore di un prodotto sportivo non si misura soltanto con i gol e le classifiche. Si misura anche con la capacità di offrire certezze: sapere quando si gioca, a che ora, dove vederla. Sono le fondamenta su cui si costruiscono i contratti televisivi, le campagne pubblicitarie, la fidelizzazione dei tifosi, la credibilità internazionale.
La Serie A è forse il campionato del paese che ha inventato il calcio moderno, tra gli anni ‘80 e ‘90. Poi si è fermata.
Meriterebbe di essere gestita con più cura, con rispetto per tutti gli attori coinvolti, ecc…insomma, con una visione.
Il calendario poi lo stilla un computer…basterebbe dargli le giuste istruzioni…
Invece, anche quest’anno, si è avuto bisogno di un accordo in extremis, di un TAR, e di un Prefetto per decidere quando giocare una partita.
Non è un bel biglietto da visita. Soprattutto per chi vorrebbe vendersi al mondo.
💰 MoneyBall
Matteo Zaccaria | Coltiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non “magna gati”. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!
“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire”
(Michael Douglas)






