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© Simone Salvador · SPORTinMEDIA
SPORTinMEDIA > Money Ball > Media > Raccontare Storie di Sport a Sky Italia: dentro il lavoro di Sara Cometti | #50
IntervisteMediaMoney BallTelecronisti

Raccontare Storie di Sport a Sky Italia: dentro il lavoro di Sara Cometti | #50

Ultimo aggiornamento 2026/04/24 at 11:27 AM
Matteo Zaccaria 2 mesi fa
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“Quota cinquanta” non è mai solo un numero. È un passaggio, un piccolo traguardo che, guardandosi indietro, racconta un percorso fatto di idee, intuizioni e tante storie. Moneyball è nato con l’ambizione di andare oltre il risultato, di leggere lo sport attraverso le sue dinamiche economiche, culturali e di comunicazione.

Puntata dopo puntata, quell’ambizione si è trasformata in una linea editoriale (si spera) chiara: provare a capire cosa succede dietro ciò che vediamo in campo.

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In questo scenario, il modo in cui le storie vengono costruite e raccontate diventa centrale. Non si tratta più solo di cronaca, ma di vero e proprio storytelling: un lavoro editoriale fatto di visione, sensibilità e capacità di trasformare lo sport in un racconto che resta.

Per celebrare questa puntata speciale, ho chiesto aiuto a Sara Cometti, responsabile editoriale delle produzioni originali di Sky Sport e amica di SPORTinMEDIA.

Una professionista (già schermitrice di alto livello) che, negli anni, ha saputo interpretare e guidare l’evoluzione del racconto sportivo, contribuendo in modo concreto alla nascita e allo sviluppo di format e documentari capaci di coniugare qualità giornalistica e forza narrativa.

È proprio a partire dalla sua esperienza che questa puntata prova a entrare nel cuore del processo creativo: capire come nascono le storie, quali criteri guidano le scelte editoriali e quale valore strategico hanno oggi i contenuti originali nel sistema di comunicazione sportiva.

Perché, alla fine, la domanda resta sempre la stessa: chi costruisce le storie che ci fanno appassionare allo sport? E, soprattutto, come riesce a farlo così bene?.

Come al solito… proviamo a capirci qualcosa di più.

AdSense Multiplex

SPOILER: per gli appassionati, troverete sparse qua e là un sacco di chicche uniche! Anche di quella volta in cui Buffa…

un momento di ilarità, tra una registrazione e l’altra: qui Sara in compagnia di Sofia Goggia.

DA SCHERMITRICE A GIORNALISTA SKY: IL PERCORSO

Partiamo dagli inizi, perché il tuo percorso è stato un po’ particolare, nasci come schermitrice…

Ho iniziato come fiorettista, perché ai miei tempi era obbligatorio, la spada proprio non esisteva al femminile. Quindi è arrivato dall’Ungheria questo maestro magiaro, fortissimo, che sapeva sarebbe entrata in vigore anche la squadra femminile e, quando giunse a Vercelli, mise in mano a tutti noi la spada. Poi ci fu subito il mondiale sperimentale e debuttai a livello internazionale anche prima dei tempi. 

Poi, a fine carriera, arriva il giornalismo, come è stato il passaggio? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che avevi voglia di raccontare lo sport? 

L’idea nasce da mio marito. Ho sempre pensato che avrei praticato la scherma non oltre i 30 anni. Dopo mi sarei dedicata alla “seconda vita”.

Mi è sempre piaciuto costruire e creare, sono sempre stata una molto pratica, sin da bambina volevo fare il muratore (ride – ndr). All’epoca (2009) ero in uno studio di ingegneria e avevo sostanzialmente già deciso che avrei lasciato la scherma. Mio marito mi disse appunto “Sky ha preso i diritti per le Olimpiadi del 2012, ha questo linguaggio moderno, innovativo, perché non ti proponi per dare un contributo tecnico, visto che loro puntano molto sugli ex atleti, eccetera”. A me non piace più di tanto parlare o mostrarmi, per cui l’idea di fare televisione non è che mi allettasse, neanche sapevo bene come funzionasse il meccanismo. 

Sapevo però perfettamente di non sopportare i giornalisti, era una categoria che non amavo da atleta, sebbene comunque ne abbia conosciuti di eccezionali, come Marco Ansaldo de La Stampa, un ottimo giornalista, e abbia tuttora il privilegio di lavorare con tanti professionisti incredibili. Mi sono anche imbattuta in giornalisti che erano lì un po’ per caso, un po’ per occupare un posto, però quello non è esattamente il mio concetto di vita. 

Alla fine ho mandato un curriculum e mi ha chiamato quello che oggi è il Direttore di Sky Sport, Federico Ferri. Durante il colloquio telefonico, io pensavo fosse uno scherzo, non avendolo riconosciuto, tanto che poi cominciai anche dargli del “tu”, io che sono di solito rispettosa dei ruoli…

In ogni caso, mi disse “guarda l’italiano lo parli, esperienza e curriculum sportivo ce l’hai, non mi sembri completamente pazza…  vieni a parlare con il nostro direttore”. Per cui feci questo colloquio con il superdirettore, Massimo Corcione, e fu disastroso, almeno dal mio punto di vista, perché io ero chiaramente un corpo estraneo.  Ricordo le sue parole “ma veramente vuoi venire a Sky Sport per parlare di scherma?”. Come a dire, ma a chi deve interessare la scherma? E risposi “a me!”.

Gli inviati di Sky in occasione delle Olimpiadi di Parigi 2024

Lui mi portò allora da Giovanni Bruno. Forse non ero quello che cercava Corcione (che curava SkySport24 – ndr), ma aveva intravisto qualcosa, magari anche nel mio approccio e nella mia spontaneità. Io da quel punto di vista non ho mai avuto timori reverenziali, ho sempre trattato tutti con educazione e rispetto. E ho avuto tanta fortuna, perché entrai da Giovanni e nel suo studio c’era la bandiera del Sudafrica e delle immagini del rugby: mio marito è sudafricano e noi seguivamo il rugby. C’erano immagini della vela: mia mamma è siciliana, c’era all’epoca l’Americas’ Cup a Trapani. Abbiamo parlato della figlia che stava iniziando a fare scherma… insomma, in pochi minuti abbiamo trovato un sacco di argomenti da condividere.

Quello per lui era già un conoscere lo sport, ma io non dovevo nemmeno fingere, perché lo sport mi è sempre piaciuto e poi sono cresciuta in una famiglia dove lo sport era di casa.

Mi disse “guarda, tranquilla, noi non siamo atleti, non prepariamo le Olimpiadi di quattro anni in quattro anni. Adesso, fra neanche 20 giorni, partiamo con le Olimpiadi di Vancouver, se vuoi venire a fare un’esperienza su quelle invernali, poi per quelle del 2012 ci si pensa”. Per me era finita lì. Il giorno che ho fatto il colloquio è stato anche l’ultimo giorno in cui c’era il treno diretto Vercelli-Rogoredo, poi soppresso, quasi un segnale negativo.

Invece mi chiamarono, il giorno del mio compleanno, e Giovanni mi disse che si era liberato un posto da stagista, così mi aggregai. 

La seconda fortuna è stata che Tom Mockridge, all’epoca gran capo di Sky, decise di puntare tutto sulle Paralimpiadi. Ma alla fine dell’Olimpiade tutti gli altri stagisti erano andati a casa e così accollarono su di me tutta la gestione dell’evento. Evidentemente ho fatto un lavoro buono perché mi è stato poi proposto di continuare. Chiesi allora di poter fare un Mondiale di calcio, anche per capire il contesto, ecc., e così feci l’esperienza di Sudafrica 2010.

Prima di quel mondiale, curai uno speciale denominato “Italia 2006 Rewind” che ancora oggi gira ogni tanto, fu proprio il primo prodotto che confezionai.

Insomma “si allinearono i pianeti” (cit.).

COSA SIGNIFICA FARE IL PRODUTTORE DI UN DOCUMENTARIO TELEVISIVO

Che lavoro hai trovato?

Era un lavoro totalmente diverso da quello che immaginavo, dietro la telecamera non di fronte, di costruzione delle immagini, di costruzione del racconto: quello che era mancato a me quando i giornalisti mi intervistavano. 

Ho pensato, “magari io posso in qualche modo mettermi al servizio di tante storie che non sono note oppure che, raccontate con un po’ più di empatia, possono colpire”. 

Ho scoperto un lavoro meraviglioso, perché poi il contesto all’epoca era strepitoso: le Olimpiadi. Quella di Londra poi resta ancora adesso l’evento più bello che ho seguito in vita mia, per come è stato curato da Sky, perché non lo farà mai più nessuno così.

Poi quando c’è stata l’opportunità nel 2012, prima dell’Olimpiade, prendemmo per la prima volta a Sky un Europeo di scherma, che si svolgeva a Legnano, città dove mi allenavo, e mi diedero la responsabilità di organizzare, anche dal punto di vista editoriale, un evento. Da lì ho iniziato un mestiere.

Federico Ferri mi disse “devi inventare un ruolo nuovo, che in Italia non c’è, che è quello del producer all’americana”. Infatti, per esempio, Buffa quando andiamo in giro dice “la mia produttrice”, ma per come viene concepito un produttore in Italia, io non lo sono. 

In realtà però, io capisco molto bene che cosa mi vuol dire: perché il lavoro che faccio è un lavoro a 360°. 

Sara con Gianni Mina, dopo la registrazione del documentario su Muhammad Alì.

Spiega un po’, perché era un’altra domanda che volevo farti, in che cosa consiste il tuo lavoro?

Dal punto di vista editoriale, ho una responsabilità sui prodotti che curo. In certi casi diventa anche autoriale, perché contribuisco materialmente alla costruzione del racconto, o con la prestesura dei testi, o con le interviste, o con la scelta dei contenuti, eccetera.

Mi occupo anche della realizzazione in sala di montaggio, aiutando registi e montatori nella scelta delle immagini. Poi tutte le fasi produttive, che in un programma televisivo vanno banalmente dal decidere che programma fare, quando e come, alla realizzazione vera e propria, che è un mondo enorme, perché passa anche per il tema dei diritti, che sono una questione attuale. Quando ho iniziato io era un problema risolto alla “volemose tanto bene”, oggi è diverso, anche se molto spesso, se si va bene a indagare, non tutti sanno “di chi è che cosa”. 

Poi le grafiche dei contenuti che vanno in onda, la scelta stilistica, faccio un po’ da collante con i vari componenti del gruppo che lavorano e questo è fondamentalmente il mio lavoro. Da qualche anno ho anche la responsabilità editoriale degli altri prodotti inteso come il coordinamento delle altre produzioni originali Sky. 

COME VENGONO SCELTE LE STORIE, I CONTENUTI DA PROPORRE, IL TEMA DELLA QUALITÀ

Come nascono le scelte di occuparsi o meno di una determinata storia?

Ovviamente a monte c’è sempre la volontà editoriale del direttore di turno che dice “adesso diamo precedenza a questo” e quindi, direttamente o indirettamente, le scelte nascono da quell’impulso.

E operativamente come vi muovete?

Ti faccio qualche esempio.

Con Giorgio Porrà io faccio il coordinamento. Il programma (L’uomo della Domenica) l’avevamo avviato insieme e ora lo scrive completamente da solo, sempre con la sua squadra. A giugno facciamo una chiamata, io e lui, e iniziamo a vedere cosa potrebbe essere nelle sue corde per la stagione successiva. Di quei 5/6 nomi che tiriamo fuori, poi ce n’è sempre almeno una che cambia, in base all’attualità.

La cosa importante è che con Giorgio si devono proporre contenuti appropriati alle sue caratteristiche di narratore, ha un racconto di un certo tipo per cui non tutte le storie, non tutti i protagonisti sono esattamente in linea col suo modo di parlare o con i suoi riferimenti letterari, che lo legano ancora a “Lo sciagurato Egidio”. 

Trasmissione di culto!

Certo, io dico sempre che “siamo tutti figli de Lo sciagurato Egidio”.

Con Paolo Di Canio c’è invece un altro approccio. Anche lì c’è una squadra autoriale (tra cui anche l’amico di SportInMedia Roberto Gotta – ndr) e il coordinamento editoriale passa dalla collega Ghilda Pensante. Paolo ha le sue caratteristiche e pertanto devi costruire il contributo rispetto allo storyteller che hai a disposizione. Ha un taglio diverso, ma si inserisce bene nel pacchetto della Premier.

Ovviamente devo guardare tutto, perché banalmente se Paolo vuole parlare dei capitani della Premier e domani Giorgio mi propone un contenuto simile, lo devo sapere, dobbiamo infatti coordinarci per evitare ripetizioni. Quindi passo “800 ore” (ride) anche a visionare il materiale. 

Con Federico Buffa invece sai che lui può raccontare altre storie, ha un altro filone narrativo. Per esempio, quando dobbiamo scegliere gli ospiti di Buffa Talks, ci diamo delle regole perché di talk ce ne sono tanti, ma abbiamo deciso di scegliere pochi nomi, che devono però corrispondere alla linea editoriale del programma. C’è allora un limite di qualità e sotto quella linea piuttosto non usciamo con una nuova puntata.

Penso che la volontà di mantenere alta la qualità del programma, sia essa stessa motivo per attrarre una certa tipologia di ospiti, che altrimenti non verrebbero. Penso ad esempio ad Ettore Messina che, dopo essersi “alzato” dalla panchina dell’Olimpia, è venuto solo a Sky….

Certo, perché sapeva che tipo di interlocutori poteva trovare. È chiaro che abbiamo cercato di costruire un ambiente stimolante, dove si da l’opportunità di raccontare un argomento in maniera più distesa. Certo non si tratta della “presentazione di un libro”, con magari qualche domanda di comodo per l’autore, perché nel nostro contesto, comunque, se c’è da fare la domanda scomoda o necessaria, la si fa. 

una pausa durante una registrazione di “Buffa racconta”

LE STORIE E IL LORO COINVOLGIMENTO EMOTIVO

Mi chiedevo, ma oltre al racconto, si creano anche dei rapporti, un legame umano con le persone e le storie che raccontate? 

Allora, personalmente sì, io baso quasi tutto sulle relazioni umane, perché secondo me è l’unica cosa che ci distingue dalle macchine.

È l’unico modo che ho per differenziarmi, per cui la parola data per me vale tantissimo, sia quella data da me, sia quella degli altri. 

Ho avuto il privilegio di avere la fiducia di Federico (Buffa – ndr) rispetto alla costruzione di questo tipo di relazioni: lui delega a me questa parte e devo dire che è la parte più faticosa, perché ovviamente l’emotività, il confronto con le altre persone, è la parte più impegnativa. Anche perché non è detto che dall’altra parte comprendano perché tu stia entrando nella loro vita, quindi bisogna cercare di entrare in sintonia. 

E con alcune un po’ di più: i Riva per esempio (si riferisce al documentario su Gigi Riva). 

La sorella di Gigi fu tenerissima, addirittura mi lasciò le chiavi di casa. Ero io a dirgli di “no”, perché avevo il peso di questa responsabilità, mi sentivo in imbarazzo, ma insistette. Presi uno scatolone di fotografie da casa loro, che mi affrettai a copiare e riconsegnai finita la produzione, anche per dimostrare che ero di parola, per ricambiare la fiducia che mi era stata concessa. Quando lei è mancata, mi è dispiaciuto molto.

Ricordo anche la telefonata a Gigi Riva, perché nel programma che facemmo con Buffa c’erano delle parti un po’ più poetiche. In particolare, c’era questo parallelo tra l’acqua e la sua vita, l’idea era appunto mettere la sua voce sotto queste immagini. E quindi lo chiamai, perché non se la sentiva di fare un’intervista video, però a me serviva la voce e quindi registrai la telefonata, dove si capiva quello che diceva, anche se all’epoca un po’ biascicava. Alla fine della telefonata mi richiamò uno dei due figli, per chiedermi con pudore di trattare bene quel contenuto. Gli dissi che avevo talmente pudore che, se avessi trovato gli stessi contenuti con voce “di repertorio”, non avrei neanche usato la registrazione. 

Ritengo che le cose vadano fatte con rispetto e, pensa Matteo, ancora oggi percepisco riconoscenza da parte dei cagliaritani per come abbiamo trattato il loro idolo nella nostra produzione.

Questo per dire come importa anche “come” si fanno le cose.

Poi c’è il documentario su Scirea: da quando l’ho conosciuta, io e Mariella ci sentiamo tutte le mattine. Questo perché con quella storia si creò un legame emotivo, quello fu veramente un capolavoro collettivo, con il finale, girato in Polonia, molto toccante.

IL “NUOVO”MODO DI RACCONTARE LO SPORT

Come ti sembra sia cambiato il modo di raccontare lo sport in questi anni? Anche rispetto alle produzioni degli altri player come Netflix, Amazon, Youtube, ecc, e con l’utilizzo on demand dei contenuti.

Dal mio punto di vista, è cambiato in quantità. Non è cambiato, almeno per me, il modo in cui approccio il mio lavoro, ma in generale ci sono tanti contenuti e non sempre alla grande quantità corrisponde anche altrettanta qualità.

Quello che mi viene richiesto da Sky è di raccontare storie: con Buffa credo abbiamo superato i 150 programmi, un anno fecero addirittura un canale dedicato. 

Ma se guardi la tua giornata, quanto tempo davvero riesci a dedicare a un contenuto con la dovuta attenzione e concentrazione? Forse un’ora. Allora vuoi che sia un’ora di qualità.

Io personalmente sono contenta finché, con il mio lavoro, riesco a far passare la qualità. Nel momento in cui mi verrà chiesto di fare un passo indietro rispetto alla qualità, capirò se è ancora il lavoro che fa per me.

Tien conto che noi (inteso come Sky – ndr) non prendiamo soldi per fare “quella” storia e questo ci ha reso sempre liberi di fare un racconto come volevamo. Invece adesso è cambiato anche questo, perché ora c’è uno storytelling anche “aziendale”.

La nostra è comunque una TV commerciale, non ce lo dimentichiamo, ma nel lavoro giornalistico siamo totalmente indipendenti. Altri player invece possono essere condizionati da questo aspetto, perché lo storytelling sportivo viene adesso usato tantissimo dalle aziende.

Il COVID poi ha cambiato tutto. La gente ha iniziato ad abbonarsi e a consumare il prodotto televisivo diversamente rispetto a prima. Adesso secondo me si tornerà indietro, perché non è sostenibile, non è un contesto sostenibile. Non si può produrre una serie di un certo livello, di una certa qualità, con la frequenza con cui produci una live su YouTube. Sono due cose completamente diverse e meno male , perché parlano a persone diverse e hanno ambizioni e costruzioni differenti.

La prima cosa che facevo 16 anni fa, quando ho iniziato, era guardare cosa c’era in rete, perché ero sicura che, essendo gratis, era quello che chiunque su quell’argomento avrebbe potuto guardare. Andavo poi a verificare o a confutare quello che era contenuto lì dentro o a cercare degli aspetti diversi, ma proprio per dare un differente punto di vista. Adesso trovi tante copie di cose tutte uguali, parlo soprattutto per i contenuti gratuiti. 

Oggi sembra che con i cellulari chiunque pensi di poter fare un documentario. Per carità, si può fare tutto con un cellulare. La cosa che mi lascia sempre perplessa è però “il tempo” in cui lo fai. Con che preparazione lo fai? Perché per creare un contenuto in tempi ristretti, devi consocere bene la materia. 

Noi ad esempio possiamo permetterci di fare un documentario su Kimi Antonelli (“Discover Kimi”) anche in tempi brevi, ma perché abbiamo una redazione di F1 competente, che lo conosce da quando ha 12 anni. 

Tantissime persone che avevano l’abbonamento a tutte le piattaforme adesso fanno fatica a tenerne uno e quindi è chiaro che o torniamo a puntare sulla qualità, e per fortuna quella noi non abbiamo cercato di non abbandonarla mai, oppure, non lo so, si farà avanti un altro modello.

RICORDI E ANEDDOTI DELLE VARIE PRODUZIONI

C’è un documentario a cui sei particolarmente legata? 

Allora, emotivamente i due di cui abbiamo parlato prima, cioè Riva e Scirea. Ci aggiungo il Grande Torino. 

dal profilo Instagram di Sara Cometti

Pensandoci però il vero “pezz’e core” è quello su Muhammad Alì, la cosa più bella e impossibile da replicare, per qualità della storia e del personaggio.

È stata un po’ dura perché abbiamo girato 4 Stati in 9 giorni e in contesti molto particolari.

Buffa racconta sempre di aver evitato anche una sparatoria…

Allora, lui racconta sempre quella storia che è anche molto divertente, almeno ex post…

Federico si era incaponito nel voler girare una determinata scena in un luogo specifico, solo che in quel posto, che distava qualche decina di metri da dove ci trovavamo, c’era appena stata una sparatoria.

Avevamo però pochissimo tempo per decidere e ogni cambiamento di location implica anche problemi logistici, per lo studio di dove posizionare l’audio, le luci, ecc. 

Federico voleva però girare e io, che avevo la responsabilità di tutti, dico di no, poi c’era la polizia che in America non scherza e magari ti arresta. Discutiamo per un po’, poi a un certo punto, mentre io cercavo un’altra area con i registi e altri due cameraman, mi giro e lui non c’era più.

Aveva obbligato il direttore della fotografia a prendere in mano la telecamera e col fonico, di nascosto, sono andati in un angolo dietro alla scena del crimine, e si sono messi a girare perché lui nella sua testa aveva l’idea di farla così. 

…e siccome è un “maledetto genio”, la scena era talmente buona che, se anche tecnicamente non perfetta, l’abbiamo salvata e messa nel documentario…. però lui se la spende sempre perché effettivamente era la scena di un crimine, in un quartiere nero dove i bianchi non sono visti molto bene, ecc…. e non fu nemmeno l’unica volta….

Recidivo?

Lo fece anche a Rosario, davanti casa di Messi. Su consiglio di Hugo Sconocchini (Hugo, se mi leggi, da adolescente eri il mio idolo! – ndr), che è proprio di Rosario, avevamo preso una troupe argentina, perché loro conoscono chiaramente le zone più rischiose. 

Mentre sono lì, avendo appunto la responsabilità del gruppo, mi informo e mi dicono “guarda nella zona di casa Messi stai molto attenta”. Ne parlo con l’autista il quale mi dice candidamente “sì andiamo, ma io non scendo…”. 

Chiaramente Federico voleva girare una scena davanti alla casa…

Allora penso: “ok, facciamo un giro e vediamo“. Appena svoltiamo l’angolo, vedo due tizi piazzati con la pistola, il “ferro”, ma una roba “grossa così”. Con lo sguardo hanno fatto la “radiografia” di tutti!

Così dico all’autista “per favore fai il giro e fai finta di fermarti”. 

L’autista ha fatto il giro, ha rallentato e io dico “Fede, sei pronto per scendere, ti lasciamo qua?”, lui mi guarda e candidamente mi risponde “no, no… ma andiamo pure via…” 

Il documentario che vorresti fare, ma non hai ancora fatto? 

Come risponde il calciatore, il “prossimo” (come i gol)!

Mi hai fatto una bella domanda. 

Non è facile, però un’idea ce l’ho… ma il giorno che lo farò probabilmente lascerò il lavoro.

Mi piacerebbe raccontare le donne dello sport, ma non è un tema semplicissimo. Le storie sono bellissime, purtroppo però i tempi non sembrano mai maturi, perché anche adesso, se tu ne parli, pare lo faccia “per quota rosa”. Invece non è così. Per altro verso, non c’è tanto archivio, quindi è complicato televisivamente. Prima del COVID dovevamo farne uno su Sara Simeoni, poi è saltato tutto e purtroppo non c’è più stata l’occasione.

EPILOGO

Volevo ringraziare di cuore Sara, per la disponibilità, la sincerità e la competenza che ha dimostrato nella chiacchierata fatta insieme.

Quello che emerge è chiaro: dietro ogni contenuto che guardiamo, c’è un lavoro invisibile fatto di scelte, relazioni e responsabilità.

E, soprattutto, una convinzione semplice ma sempre più rara: raccontare bene una storia richiede tempo, cura e rispetto.

BONUS: “Casa Cometti“

Avendone l’occasione, mi sono permesso di fare a Sara un’ultima domanda, che tutti i telepcsportdipendenti (cit.) si aspettano.

Nel mirabile capolavoro di Paolo Villaggio, Il secondo tragico Fantozzi, nella scena del night (L’Ippopotamo), si svolge questo dialogo:

“Pronto, chi parla?” – “Sono Olga, tesoro”

– “Ah, non è casa Cometti?”

Ebbene, Sara, con una grande risata, mi conferma che lei non c’entra, ma che ancor oggi questo dialogo le viene ironicamente rivolto anche all’interno dei corridoi di Sky…

Alla prossima!

 💰 MoneyBall

Matteo Zaccaria | Coltiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non “magna gati”. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!

“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire” 
(Michael Douglas)

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TAG: Buffa Talks, Documentari, Fantozzi, Federico Buffa, Federico Ferri, Giovanni Bruno, Produzioni originali, racconto, Sara Cometti, Sara Simeoni, Scherma, Sky originals, Sky Sport, SkyBuffaRacconta, Telecronisti
Matteo Zaccaria 24 Aprile 2026 22 Aprile 2026
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