Rai in chiaro, DAZN in streaming e — per la prima volta in Italia — le partite live sui profili social di club e giocatrici. Dietro l’accordo triennale firmato da Spike Media c’è una scommessa precisa: nel volley il vero asset non è la rivendita dei diritti, ma la visibilità.
Prima della consueta pausa agostana, facciamo il punto su una delle novità che ci attendono sotto il profilo della rivendita dei diritti sportivi.
Dalla stagione 2026/27 infatti, il massimo campionato italiano di pallavolo femminile cambia radicalmente il proprio modello di distribuzione. La Lega Volley Femminile Serie A ha annunciato un pacchetto di accordi, validi per i prossimi tre anni, che porterà la LVF A1 Fineco contemporaneamente sulla Rai in chiaro, su DAZN in streaming premium e — vera novità assoluta per il mercato italiano — in diretta sui canali social della Lega, dei club e delle stesse giocatrici. Esce di scena – sembra – VBTV, la piattaforma OTT che finora custodiva gran parte del prodotto dietro un abbonamento di nicchia.
L’architettura è a tre livelli. La Rai si conferma partner per la vetrina generalista gratuita. DAZN, con un’intesa che arriva fino al 2029, trasmetterà l’intera regular season di A1 fino ai Playoff Scudetto, la Coppa Italia Frecciarossa, la Supercoppa Italiana e una selezione della A2 Fineco. Il terzo livello è quello che segna la discontinuità: tre partite per ogni giornata di regular season andranno in onda anche sui canali social ufficiali della Lega, su quelli dei club coinvolti e sui profili personali delle atlete, oltre che su YouTube.
A che logica può rispondere questo cambio di strategia sotto il profilo del business sportivo?
Proviamo – come sempre – a capirci qualcosa di più.

La logica economica: massimizzare gli spettatori
Per capire l’operazione bisogna partire da una premessa: il volley, come quasi tutti gli sport non calcistici in Italia, non vive di diritti televisivi.
Il valore economico del movimento si costruisce altrove — sponsorizzazioni, naming rights, biglietteria, valorizzazione delle atlete — e tutte queste voci hanno un unico moltiplicatore: l’audience.
Chiudere il prodotto dietro lo scudo dei soli proventi derivati dalla rivendita di diritti a paytv/streaming garantiva un guadagno certo ma comprimeva la platea. Aprirlo significa rinunciare a parte del ricavo diretto per gonfiare l’asset che davvero muove i ricavi commerciali, cioè l’esposizione.
Non è un caso che i title sponsor del campionato e delle coppe — Fineco, Frecciarossa — comprino esattamente questo: visibilità.
La scelta più interessante, in chiave sport business, è la trasformazione delle giocatrici in canali distributivi. Le atlete di vertice del volley italiano hanno spesso “fan base” superiori a quelle dei club per cui giocano: portare il live direttamente sui loro profili significa attivare spazio mediatico (anche pubblicitario….) che finora restava fuori dalla catena del valore ufficiale.

Se vogliamo, è un po’ l’applicazione concreta ai diritti sportivi delle logiche e del modello economico dei “content creator”, che tanto vanno di moda sui social: non conta solo il prodotto, ma anche il “distributore”. Il general manager di Spike Media, Simone Tomassetti, ha sintetizzato il ribaltamento di prospettiva spiegando che non sarà più il tifoso a cercare la partita, ma «il match a trovare i tifosi».
Il disegno complessivo funziona come il cosiddetto “funnel”, ossia il percorso ideale, nel mondo del marketing e delle vendite, che un utente compie da quando scopre un brand a quando diventa cliente. I social e YouTube intercettano il pubblico occasionale e le nuove generazioni a costo di accesso zero; la Rai consolida la platea generalista; DAZN monetizza in abbonamento lo zoccolo duro degli appassionati, a cui viene comunque garantita la copertura integrale del campionato.
Il presidente della Lega, Mauro Fabris (che ha da poco esaurito il suo mandato), ha parlato di traguardo storico, rivendicando un’offerta che tiene insieme tv in chiaro, streaming premium e piattaforme digitali con l’obiettivo dichiarato di agganciare i tifosi di domani.

Il contesto: un prodotto che non è mai valso così tanto
Il timing non è casuale. Il volley femminile italiano arriva a questo appuntamento con il vento in poppa dei risultati sportivi — l’oro olimpico di Parigi 2024 e il titolo mondiale conquistato nel 2025 hanno moltiplicato notorietà e appeal commerciale delle protagoniste — e in un momento in cui, a livello globale, i diritti dello sport femminile sono la categoria a più rapida crescita del mercato.

L’A1 italiana, considerata il campionato di club più competitivo al mondo, aveva un evidente problema di sottodistribuzione rispetto alla qualità del prodotto. Questo accordo prova a colmare il gap non alzando il prezzo, ma “allargando lo scaffale”.
Restano però delle incognite. La prima è la misurazione: sommare audience televisive, stream premium e visualizzazioni social produce numeri difficili da certificare e da vendere agli inserzionisti con standard omogenei. La seconda è il rischio di cannibalizzazione: se tre match a giornata sono gratuiti e a portata di scrolling, quanto vale davvero l’esclusiva di DAZN? La terza riguarda il controllo dei canali delle atlete, tra diritti d’immagine, brand safety e ripartizione dell’eventuale monetizzazione pubblicitaria.
Sono domande aperte, ma il punto di fondo resta: per uno sport che insegue nuove generazioni di pubblico, la visibilità potrebbe essere il miglior modo per “fare proseliti“.
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Matteo Zaccaria | Coltiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non “magna gati”. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!
“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire”
(Michael Douglas)






