Immaginate la scena. È una sera di metà settembre, a Budapest, sulla sponda orientale del Danubio. Il prato dello stadio non è verde: è nero. Sopra le teste degli atleti fluttuano faccine in realtà aumentata con nome, cognome e — udite udite — la probabilità di vittoria aggiornata in tempo reale, come alla roulette. Non ci sono medaglie da appendere al collo, ma c’è un assegno da 150.000 dollari per chi taglia per primo il traguardo.
Benvenuti all’Ultimate Championship, il “nuovo” evento con cui World Athletics ha deciso di “reinventare” l’atletica e che verrà tramesso, alle nostre latitudini, da Sky e Rai Sport.
Le virgolette attorno a “nuovo” sono d’obbligo, e ci arriviamo. Perché l’idea di prendere i migliori centometristi e saltatori del pianeta e farli correre e saltare uno contro l’altro non è “una novità”. La novità semmai sta nel packaging — e su quello, va detto, la federazione ci ha lavorato parecchio.
COS’È L’ULTIMATE CHAMPIONSHIP
L’Ultimate Championship è una competizione a inviti, a cadenza biennale, pensata per riempire il vuoto degli anni “senza niente”: quelli in cui non ci sono né Olimpiadi né Mondiali e i campioni, come ha ammesso candidamente il presidente Sebastian Coe, “sono sotto i riflettori durante i Giochi e poi sembra che spariscano“.
La prima edizione va in scena al Nemzeti Atlétikai Központ di Budapest — lo stadio costruito per i Mondiali 2023 — dall’11 al 13 settembre 2026: tre sere, tre ore a sera, 28 discipline, circa 360 atleti. Niente batterie infinite spalmate su nove giorni, niente sessioni mattutine con lo stadio vuoto. Un prodotto compresso, “made for TV”, con un obiettivo dichiarato: non annoiare.
E soprattutto, il piatto forte: un montepremi complessivo da 10 milioni di dollari, il più ricco della storia dell’atletica, con la promessa che “ogni atleta che gareggia torna a casa con qualcosa”.
LE INNOVAZIONI: QUANDO L’ATLETICA VA A LEZIONE DALLA TV
Qui World Athletics ha fatto le cose in grande, mescolando trovate sensate e altre che faranno storcere il naso ai puristi (i quali, va ricordato, storcono il naso di mestiere).
Il prato nero è la mossa scenografica più evidente: l’infield resta al buio e si illuminano solo le pedane effettivamente in uso, una alla volta quando possibile, così lo spettatore — e la telecamera — sanno sempre dove guardare. Addio al caos di sei gare simultanee in cui non si capiva chi stesse facendo cosa.
Poi c’è la grafica in realtà aumentata: primi piani degli atleti e, appunto, le probabilità di vittoria calcolate e mostrate in diretta. Un prestito nemmeno troppo mascherato dal mondo delle scommesse e dell’analisi dati sportiva, che trasforma ogni finale in una partita a poker con le carte scoperte.
In punto “grafiche”, aspetteremo il severo giudizio dell’amico Wenner Gatta su Ultra-SlowMo.
Sul piano regolamentare, le trovate più intriganti riguardano la gara in sé. Nei 200 metri arriva il lane draft: gli atleti scelgono in diretta semifinale e corsia, in ordine di ranking, in un rituale televisivo che si tiene addirittura la sera prima. Nei salti in elevazione spariscono gli ex aequo: in caso di parità si va allo spareggio (jump-off) finché non resta un solo vincitore, perché due campioni fanno meno spettacolo di uno. I concorsi diventano a eliminazione, con la formula 8-8-6-4: si parte in otto, si arriva in quattro, come in un reality. E scompare persino la giuria d’appello: proteste orali immediate al giudice o reclamo scritto entro trenta minuti, poi si chiude. Tutto pensato per evitare i tempi morti che in atletica sono la vera bestia nera del broadcaster.
Il dettaglio che più fa discutere, però, è un altro: niente “medaglie”. Ai campioni un trofeo, a tutti gli altri un “token” di partecipazione. L’oro, l’argento e il bronzo — il linguaggio universale dello sport — vengono sacrificati sull’altare della modernità. Al loro posto, l’assegno.
TDK fornirà un giavellotto dotato di sensori per visualizzare i dati sulle prestazioni durante una speciale sessione dimostrativa Permetterà di analizzare e visualizzare il movimento dell’attrezzo in tempo reale: angolo di rilascio, rotazione, velocità, altezza e traiettoria di volo.
ORGANIZZAZIONE E BIGLIETTI: L’ATLETICA PROVA A VENDERSI
Dietro la scenografia c’è un’operazione commerciale costruita con cura. La biglietteria passa da Eventim, con quattro categorie di prezzo per singola giornata: si va dai 69.000 fiorini (circa 185 euro) del “Finish Line”, le due tribune sul traguardo, ai 44.000 della Categoria 1 sul rettilineo d’arrivo, ai 29.000 della Categoria 2, fino ai 15.000 fiorini — una quarantina di euro — della Categoria 3 sulle curve (ce ne sono anche da 27 euro, in piccionaia…). Una forbice, tutto sommato, ragionevole: l’atletica non ha ancora i prezzi del calcio, e forse è un bene.
La capienza racconta però la storia più interessante. Lo stadio nasce per 14.000 spettatori a sessione, ma la domanda ha convinto gli organizzatori ad aggiungere 7.000 posti temporanei, portando il totale a 21.000 a serata.
Per chi vuole strafare c’è anche il pacchetto “behind the scenes“, con accesso alle aree normalmente riservate agli atleti, venduto a parte. Insomma: si è pensato al tifoso, al turista e al facoltoso appassionato. Manca solo l’abbonamento con la sciarpa, ma diamo tempo al tempo.
IL FANTASMA NEL PRATO NERO: LA LEZIONE DEL GRAND SLAM TRACK
E qui bisogna fermarsi un attimo, perché chi segue questa rubrica ha già letto una storia molto, molto simile.
Nella puntata dedicata al Grand Slam Track avevamo raccontato l’ambiziosissima lega di Michael Johnson: 30 milioni di dollari raccolti, 100.000 dollari al vincitore di ogni tappa, la scommessa di trasformare l’atletica in intrattenimento puntando sulle sfide testa a testa e sullo storytelling. La stessa diagnosi che fa oggi World Athletics — l’atletica è invisibile, gli atleti guadagnano poco — con una cura per certi versi identica: più soldi, più spettacolo, meno noia.
Come è finita, lo sappiamo. Il Grand Slam Track ha cancellato la tappa di Los Angeles il 12 giugno 2025 parlando pudicamente di “cambiamento del panorama economico globale”, ha chiuso in anticipo la stagione inaugurale e nel giro di poche settimane è franato in bancarotta, lasciando agli atleti un buco di circa 13 milioni di dollari in premi non pagati. La rivoluzione che doveva salvare l’atletica si è rivelata la solita, malinconica lezione: le idee brillanti, senza un bilancio solido, restano meri propositi
Ed è esattamente qui che l’Ultimate Championship diventa interessante. Perché la federazione ha preso la stessa intuizione di Johnson — l’atletica deve diventare spettacolo e pagare bene i suoi protagonisti — ma l’ha messa al riparo dove Johnson era scoperto: dietro c’è l’istituzione che governa lo sport, non un imprenditore che insegue investitori. Dove il Grand Slam aveva escluso i concorsi, l’Ultimate abbraccia pista e pedane insieme; dove il Grand Slam prometteva e non pagava, l’Ultimate mette a bilancio dieci milioni e promette che tutti incasseranno. È, a suo modo, il sistema che risponde alla sfida del pirata — e che, per rispondere, gli copia il copione.
Non è un caso, e non è nemmeno del tutto merito di Coe. È la pressione di un intero movimento che da anni chiede visibilità e premi veri, la stessa insoddisfazione che sintetizzava benissimo Sydney McLaughlin-Levrone: “Non ci sono abbastanza soldi nel nostro sport per promuoverlo davvero”. Il Grand Slam Track ha avuto il merito, involontario e costoso, di dimostrare che quella domanda esisteva. World Athletics ha avuto il buon senso di raccoglierla con la rete di sicurezza sotto.
L’EVENTO CHE STA DI LATO
C’è però un aspetto che mi incuriosisce più di ogni prato nero, e riguarda la posizione che questo evento occupa nella geografia dell’atletica. Perché nella piramide della disciplina, fino a ieri, i piani erano due e ben distinti. In cima le grandi vetrine istituzionali — Olimpiadi e Mondiali — che pesano proprio perché tutti sanno esattamente dove stanno. Sotto, il pane quotidiano del circuito commerciale ricorrente, la Diamond League. L’Ultimate Championship, curiosamente, non abita nessuno dei due piani.
Non è l’apice: nasce dichiaratamente per riempire i vuoti degli anni “senza niente”, quelli in cui non ci sono né Giochi né Mondiali. È, per definizione, un tappabuchi di lusso, non un vertice. Ma non è nemmeno una tappa del circuito: è a inviti, biennale, un evento-spettacolo isolato che non distribuisce punti per il ranking. Non sta sopra e non sta dentro. Sta di lato — in una casella che, semplicemente, prima non esisteva.
E restare a lato, va riconosciuto, è una posizione furbissima. World Athletics incassa attenzione, sponsor e diritti televisivi senza dover mai ammettere di fare concorrenza alla propria Diamond League, che pure vive sotto la sua licenza, e senza svalutare ufficialmente l’oro mondiale. Quando le conviene, la federazione può dire “non competo con nessuno, sono un format a parte”; quando le conviene, il montepremi da 150.000 dollari a vittoria e i vincitori delle finali di Diamond League usati come qualificati la fanno somigliare tanto a un nuovo trono. È l’ambiguità che permette di negare il conflitto di interessi e, nello stesso momento, di goderne tutti i frutti. Difficile da difendere in punta di diritto, ma commercialmente geniale.
Il problema è che questa lateralità, a mio avviso, è anche una fragilità. Nello sport il prestigio è quasi tutto una questione di posizione riconoscibile: una medaglia olimpica vale perché esiste un consenso condiviso su dove si colloca, cosa batte e cosa la batte. Un evento che rifiuta di dichiarare il proprio rango rischia di restare ricco ma semanticamente leggero: vinci un assegno importante, ma cosa hai vinto, esattamente? Vale più o meno di un titolo mondiale? Per ora nessuno sa dirlo.
Ed è qui che il dettaglio delle medaglie abolite smette di essere una semplice trovata televisiva e diventa coerente con tutto il resto: rinunciando a oro, argento e bronzo, l’Ultimate rinuncia anche alla grammatica simbolica che gli assegnerebbe un posto nella gerarchia. Sceglie, in fondo, di non collocarsi. Sta di lato perfino sul piano del significato.
La domanda è quindi:
quale posto finirà davvero per occupare, quando le luci del prato nero si saranno spente?
💰 MoneyBall
Matteo Zaccaria | Coltiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non “magna gati”. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!
“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire”
(Michael Douglas)





