“Uno stadio che non dorme mai”
È probabilmente questa la definizione più efficace per descrivere il Tottenham Hotspur Stadium. Non tanto per la sua imponenza architettonica, quanto per ciò che rappresenta: un cambio di paradigma nel modo in cui i club pensano, costruiscono e sfruttano i propri impianti.
Per decenni, lo stadio è stato il teatro della partita. Oggi è diventato molto di più: una piattaforma economica, un hub di intrattenimento, un asset strategico.
Il Tottenham ha deciso di spingersi oltre, costruendo uno stadio da oltre un miliardo di sterline con un’idea precisa: fare dello stadio il cuore del proprio modello di business.
Ma non è tutto oro quello che luccica e, se la struttura genera profitti, la bacheca del club rimane vuota, con quali conseguenze?
Ma quindi: se ho lo stadio nuovo e moderno, vinco di più?
Vediamo di capirci qualcosa in più.

Uno stadio che lavora sempre
La sensazione, entrando nel Tottenham Hotspur Stadium, è che il calcio sia solo una delle tante attività possibili. Non è un paradosso, ma una scelta progettuale.
Lo stadio è pensato per vivere ogni giorno dell’anno. Quando non gioca il Tottenham Hotspur, lo spazio si trasforma: concerti, eventi aziendali, partite NFL, incontri di boxe. Non si tratta di riempire date a calendario, ma di costruire un flusso continuo di ricavi.
In questo senso, anche il Tottenham ha interiorizzato una logica tipica di altri settori – dall’hotellerie ai centri congressi – portandola nel calcio: un’infrastruttura deve essere utilizzata il più possibile, altrimenti è inefficiente.
Chiaro, non si tratta di una novità, ma di un trend, quasi di un mantra che ci siamo sentiti ripetere per anni.

L’idea nascosta sotto il campo – la collaborazione con l’NFL
La vera rivoluzione, però, non si vede subito. È sotto i piedi dei giocatori.
Il sistema di campo retrattile consente di “spostare” il terreno di gioco del calcio e (in 25 minuti) rivelare una superficie completamente diversa, dedicata al football americano. Ciò permette di ospitare partite di football americano anche durante la stagione calcistica della Premier League, senza compromettere la qualità del campo in erba naturale.
Il sistema offre inoltre una visuale ideale per il football americano abbassando la superficie di gioco rispetto alla prima fila di sedili e consentendo ai tifosi di vedere l’azione al di sopra dei giocatori e dello staff tecnico a bordo campo.
Il settore NFL è dotato di un ingresso dedicato sul lato est della struttura, spogliatoi ad hoc e spazi stampa specifici: “lo stadio è diventato una vera “casa lontano da casa” per le squadre della NFL in visita” (dal sito di Populous).
Questo dettaglio tecnico racconta meglio di qualsiasi slogan la filosofia del progetto: non adattare lo stadio agli eventi, ma progettare lo stadio per moltiplicare gli eventi.
Anche in questo caso, non ci troviamo di fronte ad una novità assoluta (il campo retrattile), ma la particolarità sta proprio nel fatto che sin da subito si era pensato al campo da football americano per poter ospitare le gare NFL (il primo fuori dagli USA – due partite della stagione regolare ogni anno, nell’ambito di una partnership continuativa tra la lega e Tottenham Hotspur, con accordo decennale).
La collaborazione con la National Football League non è solo un’operazione di marketing, ma un pilastro economico. Significa accesso a un pubblico globale, nuovi flussi di ricavi, maggiore visibilità internazionale.

L’esperienza come prodotto
Se c’è un elemento che distingue davvero il Tottenham Hotspur Stadium è l’attenzione quasi ossessiva all’esperienza del tifoso.
Qui non si viene solo a vedere una partita. Si viene a vivere qualcosa.
Ristoranti, lounge, spazi premium, servizi rapidi e curati nei dettagli: tutto è pensato per aumentare il tempo di permanenza e, di conseguenza, la spesa media. Anche dettagli apparentemente marginali – come la famosa birreria interna capace di servire migliaia di pinte in pochi minuti – diventano parte di una strategia più ampia (si tratta del primo microbirrificio al mondo all’interno di uno stadio, sviluppato in collaborazione con Beavertown Brewery).
Non è difficile capire il perché: in un’epoca in cui le partite sono ovunque, sugli schermi di ogni dispositivo, lo stadio deve offrire qualcosa che la TV non può replicare.
Anche l’attenzione ai dettagli in sede progettuale non è stata da meno tanto che la stessa Populous, studio di architetti che ha disegnato lo stadio, abbia cercato di riprodurre per lo spettatore una esperienza intima, pur con una capacità di 62.850 posti. Questo grazie a tribune inclinate di 35 gradi, il massimo consigliato dalle linee guida della Premier, che avvicinano i tifosi al campo molto più rispetto a qualsiasi stadio moderno comparabile.
La tribuna Sud da 17.500 posti è la tribuna a un solo anello più grande del paese, progettata per generare un potente “muro del suono”, con 5.000 posti in piedi sicuri. Populous ha lavorato con i tecnici del suono degli U2 per ottimizzare l’acustica dello stadio, mettendo a punto i tempi di riverbero per amplificare il boato della folla.
C’è quindi una cura maniacale di ogni singolo aspetto legato all’esperienza.

Il modello inglese e il vantaggio competitivo
Il Tottenham si muove in un contesto favorevole. La Premier League è oggi il campionato più avanzato in Europa nella gestione degli impianti.
Stadi di proprietà, forte integrazione commerciale, apertura a eventi extra-calcistici: sono elementi che permettono ai club inglesi di generare ricavi ben oltre il matchday tradizionale.
In questo scenario, il Tottenham ha fatto un passo ulteriore: ha costruito uno stadio che non è solo moderno, ma nativamente pensato per monetizzare.
Ma i soldi garantiscono i risultati?
Ed è qui che il racconto si fa più interessante.
Perché se è vero che il Tottenham Hotspur Stadium rappresenta uno dei modelli economici più avanzati del calcio mondiale, è altrettanto vero che questo successo non si è tradotto – almeno finora – in un equivalente salto di qualità sul piano sportivo.
Negli ultimi anni, il Tottenham Hotspur ha mantenuto bilanci solidi, ha aumentato i ricavi da stadio e ha migliorato la propria sostenibilità finanziaria. Eppure, i risultati sul campo sono rimasti altalenanti, lontani da quelli dei top club europei.
Fino al paradosso attuale: una stagione in cui la squadra si trova addirittura a lottare nelle zone basse della classifica, con il rischio – impensabile solo pochi anni fa – di una clamorosa retrocessione. Per non parlare poi della recente uscita anche in Champions League…
Come si spiega questa apparente contraddizione?
La risposta è meno intuitiva di quanto sembri.
Avere uno stadio di proprietà e ricavi elevati significa aumentare il potenziale competitivo, ma non garantisce automaticamente il successo. Il calcio (ma vorrei dire lo sport in generale) resta un sistema complesso, in cui incidono:
⚫️ qualità delle scelte sportive
⚫️ capacità di investimento sul mercato
⚫️ continuità tecnica
⚫️ gestione societaria
In altre parole, lo stadio è una condizione necessaria per competere ai massimi livelli, ma non sufficiente.
Anzi, in alcuni casi può emergere un effetto collaterale: l’esigenza di sostenere un investimento così rilevante può portare a politiche più prudenti sul mercato, almeno nel breve periodo. Il risultato è una tensione tra sostenibilità economica e ambizione sportiva.
Ho detto cose ovvie? Forse sì, però è bene non dare per scontato questo ragionamento. Spesso, infatti, siamo (tifosi, media e dirigenti sportivi) portati a pensare che avere lo stadio ultra moderno sia “tutto”.
Almeno per chi scrive, lo stadio, il contorno, l’esperienza del tifoso sono tutti aspetti importantissimi da curare e valorizzare, ma siamo sicuri che il tifoso (almeno quello europeo…) vada lo stesso in un bell’impianto, ma a seguire una squadra poco performante?
Ho qualche dubbio.

La sfida del modello europeo
Stiamo vivendo un momento storico molto “frizzante” per quanto riguarda il futuro degli impianti sportivi europei.
Ci sono Paesi come Inghilterra e Germania, dove già da anni l’investimento è stato ingente.
Altre nazioni, come la Spagna, sono nel bel mezzo di un profondo rinnovamento, partito con la costruzione del Wanda Metropolitano, passato per il nuovo Bernabeu e che, ora, si appresta a vedere ultimato anche il restyling del Camp Nou (ma pensiamo anche alla Roig Arena di Valencia).
(Purtroppo) Fanalino di coda sembra essere l’Italia che, a dispetto di poche eccezioni (Torino, Bergamo, Udine), continua a contare su di un’impiantistica “poco adeguata”. Ci sono però spiragli all’orizzonte, non ultimo lo Stadio della Roma e il nuovo San Siro.
Non è tuttavia ancora ben chiaro “cosa” si vorrà fare in questi nuovi impianti. Certo i proclami sono sempre gli stessi “lo stadio è progettato per essere uno degli impianti più avanzati e sostenibili in Europa, riducendo l’impatto ambientale e migliorando l’accessibilità rispetto ai vecchi impianti. Sarà progettato per essere funzionante 7 giorni su 7”.
Tutto giusto, tutto condivisibile. Ma forse non basta più dirlo.
Perché il punto, oggi, non è tanto costruire uno stadio moderno, quanto capire che ruolo deve avere quello stadio nel modello sportivo del club.
Il caso del Tottenham Hotspur ci insegna proprio questo.
Il club londinese ha probabilmente uno degli impianti più avanzati al mondo, una macchina perfetta dal punto di vista dei ricavi, dell’esperienza e della sostenibilità economica. Eppure, sul campo, non è (ancora) riuscito a fare quel salto definitivo che molti si aspettavano.
E allora viene da porsi una domanda scomoda: lo stadio è un mezzo o è diventato il fine?

La vera sfida: equilibrio
Come detto, il tifoso europeo – a differenza di quello americano – non è solo un consumatore, è un soggetto profondamente legato al risultato sportivo.
E qui torna il dubbio accennato prima:
quanto è sostenibile, nel lungo periodo, un modello in cui la crescita economica non è accompagnata da crescita sportiva?
Il punto, probabilmente, non è scegliere tra business e risultati, ma trovare un equilibrio.
Gli esempi non mancano. Club come Bayern Monaco o Real Madrid hanno dimostrato che è possibile coniugare:
➡️ stadi moderni
➡️ ricavi elevati
➡️ competitività sportiva
Ma per farlo serve una visione integrata, in cui lo stadio non è un progetto isolato, bensì uno strumento al servizio della crescita sportiva.
Il rischio, altrimenti, è quello di creare una struttura perfetta dal punto di vista economico, ma scollegata dalle ambizioni sportive.
Purtroppo, questo concetto non sembra sia sempre chiaro per i club.
“L’equilibrio non è qualcosa che trovi, ma qualcosa che crei” (Jana Kingsford).
💰 MoneyBall
Matteo Zaccaria | Coltiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non “magna gati”. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!
“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire”
(Michael Douglas)




