Cronaca economica di un sabato a San Siro: 65 euro di biglietto, 40 di pullman, 8 euro per una birra media e una novità che si chiama token. Quanto costa, davvero, andare allo stadio.
L’odore arriva prima dello stadio. Sempre. Scendi dal pullman, imbocchi il viale, e da qualche parte tra i cordoli e i camioncini gialli parte quella nuvola di cipolla e salamella che qualunque frequentatore del Meazza riconosce come “profumo di casa”.
È il profumo del rito: c’era negli anni Novanta, c’è adesso, ci sarà probabilmente anche quando il Meazza sarà mezzo demolito e mezzo riconvertito in cittadella dello sport.
È anche, va detto, l’unica cosa gratis di tutta la giornata.
Perché la partita — Inter-Monza, prima di campionato, sabato 22 agosto, 18:30 — la si poteva vedere comodamente da casa. DAZN Full costa 46,99 euro al mese a listino, e proprio in questi giorni la piattaforma ha aperto una delle sue offerte “svuotatutto”: dal 17 al 20 settembre, Full annuale a 19,99 euro al mese per tre mesi e 29,99 per i nove successivi, 329,88 euro totali contro i 443,88 di listino. Anticipo la conclusione: la mia giornata allo stadio è costata più di due mesi di DAZN a listino pieno, e all’incirca un terzo di un’intera stagione in promozione.
Il che apre la domanda che questa puntata prova ad affrontare in modo un po’ più prosaico del solito: quanto costa essere un tifoso che ci va davvero allo stadio?
Piccolo antefatto per chi ci segue dall’inizio. La prima puntata di MoneyBall raccontava il modello di Atlanta, dove l’hot dog costa 2 dollari, la bibita 2 dollari, il popcorn 2 dollari e una birra alla spina piccola 5 dollari: la fan-first pricing di Arthur Blank, nata dall’idea di riprodurre dentro lo stadio i prezzi che trovi fuori, invece di applicare il classico ricarico da impianto sportivo. Risultato, controintuitivo solo per chi non ha mai fatto un conto sui volumi: più scontrini, più margine, tifosi più contenti. Tenete a mente quei due dollari, perché tra poco torneranno utili come pietra di paragone. E tenete a mente anche un’altra cosa: da questa stagione, a San Siro, l’esperienza sta cambiando pure fuori dai tornelli, dove è arrivata una moneta parallela.

Andiamo con ordine e vediamo di capirci qualcosa in più.

Il biglietto: 65 euro, secondo anello arancio
Ho pagato 65 euro. Secondo anello arancio, che a San Siro — diciamolo, perché è una delle poche cose buone di un impianto per il resto piuttosto datato — è un ottimo posto. Il Meazza, almeno nei primi due anelli, ha una geometria generosa: si vede bene praticamente ovunque, non esistono quelle zone morte che in certi stadi ti fanno rimpiangere la diretta.
Chiaro che quanto si è disposti a spendere per un posto è questione soggettiva e in parte irrazionale, come tutte le cose belle. C’è chi in curva ci sta per scelta identitaria e chi paga il triplo per la poltroncina centrale. Ma qualche riferimento aiuta: la vendita libera si era aperta venerdì 31 luglio e nel giro di pochi giorni, sul sito ufficiale, la disponibilità si era assottigliata drasticamente. Alla vigilia l’Inter comunicava lo stadio sold out, con gli ultimi tagliandi disponibili solo grazie alla rimessa in vendita dei posti degli abbonati. Sul mercato secondario, per la stessa partita, i comparatori segnalavano prezzi a partire da 50 euro con una media intorno ai 124 su cinque piattaforme. Il pubblico effettivo, alla fine: 75.013 spettatori, di cui 1.015 ospiti. Per una neopromossa, in agosto, con mezza Italia ancora al mare.
Che ci sia stato un caro-biglietti negli ultimi anni non è un’impressione da bar. È scritto nei bilanci: l’Inter, nell’esercizio chiuso al 30 giugno 2025, ha registrato 67,3 milioni di ricavi da gare e 31,5 milioni da abbonamenti, quasi 99 milioni complessivi, e l’incremento è stato ricondotto all’aumento dei prezzi di listino, al maggior numero di titoli venduti e al maggior numero di partite. Il matchday è tornato a essere una leva economica seria, e i club lo hanno capito con un certo entusiasmo.
La domanda che mi faccio, da cronista di questa rubrica e non da tifoso: quando ci sarà il nuovo impianto, con i suoi costi di costruzione da ammortizzare e la sua promessa di premium experience, questi numeri scenderanno? Diciamo che la storia degli stadi nuovi, in Europa, suggerisce una risposta abbastanza chiara: “assolutamente no”.

Il viaggio: l’Inter Club e la matematica del pullman
Io a San Siro ci sono andato con l’Inter Club “Giacinto Facchetti” di Altavilla Vicentina. Esiste dal 1978: quarantotto anni di trasferte, il che nel mondo dei sodalizi sportivi di provincia equivale a una piccola istituzione. Sono quelle realtà dove una manciata di persone tiene in piedi, tutto l’anno, una macchina organizzativa che permette a un tifoso di vedere la propria squadra del cuore in tranquillità, senza doversi preoccupare della logistica.
I conti sono semplici. Tessera annuale: 45 euro per gli adulti, 30 per gli junior, con kit omaggio incluso. Poi il pullman, listino 26/27: 35 euro per gli abbonati, 40 per i soci senior, 30 per gli junior. Quaranta euro, nel mio caso.
Sembrano tanti finché non si prova l’alternativa. Andare in auto da Vicenza significa: carburante e pedaggi per circa 400 chilometri andata e ritorno, quindi facilmente 70-90 euro; più il parcheggio, ammesso di trovarlo. E qui sta il punto. Dalla stagione 2026/27 sono cambiate viabilità e modalità di accesso attorno allo stadio per via dell’allestimento del cantiere del nuovo impianto, i parcheggi destinati alle auto sono stati ridotti e nel corso della stagione diminuiranno ulteriormente; il consiglio del club a tutto il pubblico è di arrivare con i mezzi pubblici. Parte del parcheggio stadio è già occupata dal cantiere, la zona viene chiusa al traffico con largo anticipo, e di conseguenza anche i pullman devono arrivare molto prima. Tradotto: in auto si parte comunque presto, si spende di più e si arriva più lontano (dallo stadio…).
Nel prezzo del pullman, poi, c’è una voce che in un articolo sui costi merita il grassetto: il pasto è compreso. Nel parcheggio viene allestito un banchetto con un primo — d’inverno un pasticcio alla bolognese caldo, che a gennaio a Milano vale da solo il prezzo del biglietto — panini, bibite, dolci e caffè. Tenete a mente anche questo, perché tra due paragrafi capirete perché è un dato tutt’altro che secondario.
E tenete a mente soprattutto chi quel banchetto lo monta. Sono volontari. Gente che ogni “domenica” — virgolette d’obbligo, visto che ormai si gioca dal venerdì al lunedì a orari decisi da un algoritmo dei diritti TV — si alza presto, carica un furgone, conta le teste, gestisce i biglietti, litiga con il traffico e alla fine della giornata non ha guadagnato un euro. Vale per l’Inter Club di Altavilla come per migliaia di club di ogni colore, in tutta Italia. È l’unico pezzo di questa filiera economica che non produce ricavi per nessuno e senza il quale, però, mezzo stadio resterebbe forse vuoto.
Dentro: la birra da otto euro e la ristorazione ferma agli anni ’90
Poi si entra. E qui il racconto economico diventa, come dire, più “ruvido”.
Dentro San Siro una birra media da 40 cl costa 8 euro. Venti euro al litro per una normale bevanda alla spina, non certo una birra artigianale… Ai banchi esterni il prezzo della media è identico, 8 euro per 40 cl, con in più la possibilità della grande da 75 cl a 12 euro, che porta il conto a 16 euro al litro. Il dato interessante è proprio questo allineamento: a differenza di quanto succede in molti impianti, qui dentro e fuori costano uguale. Solo che il riferimento non è verso il basso, è verso l’alto. Ad Atlanta una birra alla spina costa 5 dollari, poco più di 14 dollari al litro; e lì il principio dichiarato era esattamente quello di portare dentro lo stadio i prezzi che uno trova per strada. A Milano, semmai, è successo il contrario: è la strada ad essersi allineata allo stadio.
La giornata era poi di quelle afose, di quelle in cui alle 18:30 di un sabato d’agosto il cemento del Meazza restituisce tutto il calore accumulato dal pomeriggio. Risultato: code interminabili ai punti ristoro anche solo per prendere dell’acqua, con l’unico effetto di farti perdere venti minuti e, spesso, i primi minuti di gioco.
Ma il problema non è tanto il prezzo (o non solo…). È l’offerta. Dentro San Siro si è sostanzialmente fermi agli anni Novanta: panino, hot dog, patatine, bibita, una manciata di chioschi, nessuna varietà, nessuna cucina locale, nessuna delle sperimentazioni che negli impianti moderni hanno trasformato il food & beverage in una voce di ricavo che cresce da sola. Gli stadi nuovi non guadagnano di più perché alzano i prezzi: guadagnano di più perché aumentano la frequenza d’acquisto, la velocità di servizio e lo scontrino medio con un’offerta che la gente vuole comprare.
Poi certo, ci sono le lounge e l’hospitality, con catering di alto livello, aree riservate e servizi premium. Ma quella è un’altra cosa, rivolta a un altro pubblico e con un’altra marginalità. Non è la risposta al tifoso del secondo anello che vorrebbe soltanto una bottiglietta d’acqua senza perdersi il primo tempo.
Non è un destino: guardare a Torino
Ed è importante dirlo con chiarezza, perché il rischio è di leggere tutto questo come una fatalità del calcio italiano: non lo è. Questa è l’esperienza a San Siro oggi, ma in Serie A esistono già impianti messi molto meglio. Il caso più evidente è l’Allianz Stadium della Juventus.
Non parlo soltanto della parte alta della piramide, quella per cui i bianconeri hanno affidato la ristorazione delle aree Juventus Premium Club e Legends Club al gruppo Da Vittorio della famiglia Cerea, trasformando di fatto lo stadio in una delle più grandi operazioni di cucina d’autore applicata allo sport in Italia. Quella, come le lounge di San Siro, riguarda pochi. Parlo del tifoso normale: bar di primo livello con preparazioni espresse, punti ristoro al secondo livello aperti già due ore prima del fischio d’inizio, area giochi per i bambini, intrattenimento nei sottotribuna, negozi, museo. Cioè uno stadio che apre presto e dà alla gente un motivo per arrivare in anticipo e restare, invece di un impianto che si riempie venti minuti prima e si svuota al novantesimo.
La differenza non è di buona volontà, è di modello proprietario. Torino ha uno stadio di proprietà dal 2011, costruito con un investimento stimato in almeno 115 milioni: chi possiede l’impianto ha tutto l’interesse a far funzionare il matchday, perché ogni euro speso dentro è un euro che resta in casa. Milano, per ora, ha uno stadio condiviso, vincolato, in attesa di demolizione parziale e in mezzo a un cantiere. È esattamente per questo che il nuovo impianto è economicamente inevitabile. Resta da vedere a quale prezzo, per chi ci va.
Fuori: benvenuti nel Meazza District
La novità vera di questa stagione, però, sta fuori dai cancelli. Da quest’anno, ai banchi degli storici “paninari” attorno al Meazza, non si paga più in contanti: servono i token, gettoni dal valore di un euro di buono spesa, acquistabili ai gazebo sparsi tra un cordolo e l’altro oppure in versione digitale tramite la web app Meazza District, che copre anche il merchandising. Il meccanismo ricalca quello già visto ai concerti; la cassa unica è gestita da una società per conto del consorzio che si è aggiudicato il bando di M-I Stadio, la società di Milan e Inter. È l’ultimo capitolo di una trattativa lunga e tormentata con il popolo degli ambulanti — postazioni ridotte da 64 a 57, licenze prorogate, un bando comunale per gli operatori rimasti fuori — una categoria che attorno a quello stadio lavora da decenni.
La logica industriale è trasparente e, sulla carta, difendibile: tracciabilità dei flussi, cassa unica, dati sui consumi, code teoricamente più rapide perché il pagamento è disaccoppiato dal ritiro, e — dettaglio non irrilevante per chi gestisce una concessione — un credito prepagato che resta nel sistema.
Il debutto, però, è stato meno lineare. Il risultato pratico, nelle prime serate, è stata una doppia o tripla coda: prima ai gazebo per i gettoni, poi alla cassa del camioncino, infine al ritiro dell’ordine. Con il rischio più temuto di tutti, quello di arrivare a un passo dal panino e scoprire di non avere token a sufficienza per la birra, con conseguente dietrofront. Il commento più diffuso in rete lo riassume meglio di qualsiasi analisi: «Bellissima l’idea di fare una coda per prendere i token, poi un’altra coda per lo scontrino e infine l’ultima per prendere la birra. Voto: dieci.»
I tagli dei gettoni, poi, sono a scaglioni — 5, 10, 15, 20, 25, 30 — e un tifoso raccontava di aver speso 24 euro tra panino, birra e patatine dovendo però caricarne 25, con un euro residuo destinato a restare lì. Chi usa la web app se la cava meglio: niente gettoni di plastica da contare e i crediti non spesi restano sul profilo, pronti per la partita successiva. Chi allo stadio ci va saltuariamente, come notava un altro utente, fa più fatica a trovarci convenienza.
Il tema di fondo, per chi si occupa di economia dello sport, è questo: una moneta chiusa trasforma un acquisto d’impulso — il panino preso perché passi lì davanti e senti l’odore — in un acquisto pianificato, con un costo d’ingresso cognitivo. E gli acquisti d’impulso, nel settore, sono esattamente quelli che fanno il fatturato. Gli operatori promettono che con un po’ di rodaggio le code si assottiglieranno. Probabile. Resta da capire se, nel frattempo, qualcuno avrà deciso che il kebab a duecento metri dallo stadio è una soluzione più efficiente. Perché è già successo, e si legge nei commenti.
Il conto
Mettiamo tutto in fila:
| Voce | Euro |
|---|---|
| Biglietto, secondo anello arancio | 65,00 |
| Pullman Inter Club (socio senior) | 40,00 |
| Pasto pre-partita (compreso nel pullman) | 0,00 |
| Birra media (40 cl) allo stadio | 8,00 |
| Acqua e varie | ~5,00 |
| Totale giornata | ~118,00 |
| Tessera Inter Club (annuale, adulto) | 45,00 |
Centodiciotto euro. Senza souvenir, senza sciarpa, senza il secondo giro di birra. La tessera da 45 euro si ammortizza sulle partite della stagione: cinque trasferte e siamo a nove euro a botta, il che è un affare.
Per dare la misura: quei 118 euro sono due mesi e mezzo di DAZN Full a listino, a 46,99 euro al mese, oppure quasi l’intero abbonamento annuale DAZN Goal pagato in un’unica soluzione, 129 euro — con cui si vedono tre partite di Serie A a giornata per dodici mesi. Ripeto: dodici mesi contro novanta minuti.
La chiosa (che è comunque un sì)
E allora? Allora ci tornerei domani.
Perché nessun abbonamento restituisce il boato di settantacinquemila persone, il colpo d’occhio delle bandiere in curva prima del fischio d’inizio, la conversazione con lo sconosciuto seduto accanto che ha opinioni fortissime sul centrocampo. Nessuna piattaforma ti fa sentire quell’odore di salamella e cipolla che, come ha scritto qualcuno più bravo di me, cambia la moneta ma non cambia il rito.
Il calcio in televisione è un prodotto, e come tutti i prodotti tende a costare sempre meno in proporzione a quello che offre. Il calcio allo stadio è un’esperienza, e le esperienze funzionano al contrario: più diventano rare, più costano (qualcuno ha visto i prezzi per i prossimi concerti degli Oasis?). Il mercato lo sa benissimo, ed è per questo che il biglietto sale mentre l’abbonamento TV va in promozione ogni tre settimane.
Resta un punto aperto, e non è un dettaglio romantico: un’esperienza da 118 euro deve valerne 118.
Ad Atlanta l’hanno capito partendo dal basso, dai due dollari dell’hot dog. A San Siro, per ora, se hai sete, devi fare una lunga fila e poi sederti al tuo posto, con una birra in mano.
Che costa otto euro. Venti al litro.
💰 MoneyBall
Matteo Zaccaria | Coltiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non “magna gati”. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!
“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire”
(Michael Douglas)





