Quaranta pagine, e parecchie righe nere. Dopo un’indagine partita nel 2018, dopo la contestazione di oltre cento violazioni formalizzata nel febbraio 2023, dopo 42 giorni di udienza nell’autunno del 2024 e circa settemila pagine di sole trascrizioni delle testimonianze, il calcio inglese ha il suo documento: la decisione della commissione disciplinare indipendente, resa nota martedì 29 settembre 2026.
Il verdetto, nella sua forma più sintetica, è già sulla bocca di tutti: Manchester City colpevole di tutti i capi d’accusa tranne uno. Il club, nel frattempo, ha fatto sapere di essere “innocente” (e vorrei vedere…ndr) e di avere “prove inconfutabili”. Quando due parti leggono lo stesso fascicolo e ne ricavano conclusioni opposte, c’è un solo mestiere che sa come finisce: quello del giudice.
Prima di tutto, una precisazione da avvocato, che è anche una forma di rispetto per i lettori: ciò che è arrivato è l’esito del giudizio di una commissione indipendente. Non è ancora la parola definitiva. Il City ha annunciato che ricorrerà, e c’è poi una fase separata, quella delle sanzioni, in cui la Premier League avanzerà le sue richieste e il club le sue difese. Il contraddittorio, insomma, è appena cominciato. Tutto ciò che segue va letto con questo condizionale in testa.
Per deformazione professionale, questa vicenda mi ha incuriosito anche perché, diciamocelo, tutti noi che seguiamo da tifosi il calcio e le sue logiche, qualche “leggerissimo sospetto”, in merito ai finanziamenti/sponsorizzazioni che ruotano attorno alle società gestite o la cui gestione sia riconducibile a fondi sovrani e simili, l’abbiamo sempre avuto.
Sull’argomento potete trovare già decine di articoli sui vari media, io vorrei dare il mio piccolo contributo, sperando di poter aggiungere qualcosa in più alle varie riflessioni che girano in rete.
Ma, come sempre, andiamo con ordine e vediamo di capirci qualcosa di più.

Cosa ha stabilito la commissione – lo schema fraudolento
Il testo, pubblicato con ampi omissis, è chiaro sull’impianto. Il nucleo è quello che la decisione battezza “Disguised Funding Scheme”, lo schema di finanziamento occulto, ideato secondo la commissione all’inizio del 2010. Funzionava così.
Sulla carta, uno sponsor di Abu Dhabi firmava con il City un contratto da 100 milioni. Nella realtà ne pagava circa 13 (la “Base Sum”): gli altri 87 (la “Tagged Sum”) li metteva ADUG, l’Abu Dhabi United Group for Development and Investment, un fondo di private equity, di proprietà dello sceicco Mansour.
Nel bilancio, però, il City registrava per intero 100 milioni di ricavi da sponsor, senza dire che 87 arrivavano dal proprietario. Per questo la commissione ha definito quei contratti “di facciata” (sham) o, in subordine, accordi la cui sostanza economica era diversa dalla forma: anche ammettendo che fossero contratti validi, quella parte di denaro era comunque un investimento del proprietario, non il pagamento di un partner commerciale. Fanno eccezione i primi accordi, sui quali la stessa Premier League non ha mosso rilievi. Il club ha sempre negato.
Ora i numeri, dal testo della decisione. Tra il 2009/10 e il 2017/18 il club ha registrato nei bilanci 949,94 milioni di sterline di ricavi da sponsor di Abu Dhabi. Secondo la commissione solo 119,25 milioni (circa il 13%) erano stati pagati davvero dagli sponsor; gli altri 830,69 milioni li aveva versati ADUG e andavano contabilizzati come apporti del proprietario.

Perché è importante?
Perché le regole del Fair Play, quelle UEFA e quelle interne della Premier, limitano le perdite che un club può accumulare, ma i soldi messi dal proprietario non contano come ricavo. Presentati come sponsorizzazioni, invece, sì: il club sembra guadagnare di più e perdere di meno, e può spendere di più in giocatori e ingaggi pur apparendo in regola. La decisione indica anche un movente preciso: a fine 2009/10 il club temeva di battere il record di perdita annua della Premier (i 140 milioni del Chelsea nel 2006) e, secondo la commissione, lo schema servì a evitarlo.
Seconda leva, i costi. La commissione ha ritenuto che tre accordi di consulenza (16,8 milioni complessivi, con i dettagli oscurati nel testo) e il cosiddetto Fordham Arrangement abbiano fatto uscire dai bilanci spese che erano del club. Nel caso Fordham, una società descritta come poco più di un paravento di ADUG avrebbe acquistato a un prezzo artificialmente gonfiato i diritti d’immagine dei calciatori, mentre ADUG avrebbe pagato gli oneri verso i giocatori: 24,5 milioni di ricavi sovrastimati e 49,4 milioni di spese non contabilizzate. In tutto, circa 66 milioni di sterline di costi sottostimati.
La commissione ha inoltre ritenuto che i bilanci dal 2009/10 al 2017/18 non dessero un quadro veritiero e corretto e non indicassero gli accordi con gli sponsor come operazioni con parti correlate; che, ricalcolati i conti, il club non rispettasse, “di un importo molto rilevante”, né il pareggio di bilancio UEFA né le regole interne della Premier (perdite massime di 105 milioni su tre anni); che il club sapesse, o fosse quanto meno sconsiderato, e abbia agito con l’intento di eludere le regole. Revisori e autorità, secondo la decisione, sono rimasti per anni all’oscuro. Sulle testimonianze: la maggior parte dei testimoni di fatto cercava di dire la verità, ma alcuni testimoni importanti del club hanno reso dichiarazioni false su punti chiave e alcuni sapevano che erano false. La spiegazione difensiva del club (gli sponsor avrebbero pagato tutto, con l’aiuto di fondi del governo di Abu Dhabi) è stata respinta come costruita a posteriori; respinte anche le critiche del club alla Premier League.
Direi che il quadro accusatorio è – particolarmente –preoccupante.
Un copione già visto
Chi segue il calcio sa che questa non è la prima puntata dell’affaire City. Nel 2018 i documenti di Football Leaks pubblicati da Der Spiegel avevano acceso i riflettori sui conti del City. Nel 2014 il club aveva patteggiato con la UEFA una sanzione per violazioni del Fair Play Finanziario; nel 2020 era arrivata una nuova condanna con esclusione biennale dalle coppe europee, poi annullata in appello. Una storia, dunque, in cui il club ha già vinto in sede arbitrale quando contava vincere. Non deve stupire che oggi si dichiari certo di poter ripetere l’impresa, con tanto di ricorso fondato, a suo dire, su “errori materiali di diritto, di principio e di fatto”.
Per sapere come finirà serve però guardare alla procedura. L’appello sarà deciso da un nuovo collegio di tre persone. La strada successiva potrebbe essere l’Alta Corte inglese, e solo per eccepire che il processo non sia stato equo e imparziale. Si potrebbe stimare, secondo i media inglesi, una decisione finale non prima di gennaio 2027.
Cosa rischia il City (e chi decide davvero)
La Premier League non ha un “tariffario” delle sanzioni: i club, a suo tempo, scelsero di non averlo, per evitare che qualcuno facesse due conti e decidesse che infrangere la regola costasse meno che rispettarla. Il menu a disposizione della commissione comprende multe, penalizzazioni, blocco del mercato e, all’estremo, l’espulsione. Come termini di paragone sul tavolo ci sono le sanzioni inflitte in passato: sei punti più due all’Everton, quattro al Nottingham Forest, trenta al Luton e ventuno al Derby, questi ultimi per vicende di altra natura. Nessuno, per capirci, ha mai avuto di fronte un dossier di queste dimensioni.
L’ipotesi più estrema è anche la più istituzionalmente curiosa: stando a Sky Sports (UK), un’eventuale espulsione dovrebbe essere ratificata con il voto favorevole di tre quarti dei club della Premier League, quindici su venti. Il destino del City, nel peggiore degli scenari, passerebbe quindi per le urne dei suoi concorrenti, che notoriamente non hanno alcun conflitto di interessi…
Sul fronte opposto, già si muovono i legali: i club avrebbero incaricato alcuni dei migliori avvocati del Regno Unito di valutare azioni risarcitorie per i trofei e i posti in Champions mancati, in attesa dell’esito dell’appello. Gli sponsor, al momento, preferiscono tacere. Chissà perché.

Il “doping finanziario”: che effetti ha?
Premessa doverosa: ragioniamo per ipotesi. Se i fatti accertati dalla commissione fossero confermati in appello, quali effetti avrebbe un simile schema, al di là della sanzione?
1. L’effetto cumulativo. Il doping sportivo falsa una gara, quello finanziario falsa una serie, un campionato. Un margine di spesa in più, ripetuto per anni, non vale una vittoria: vale una struttura. Giocatori, ingaggi, staff e strutture che si accumulano e si consolidano, e che nessuna sanzione tardiva può realmente disfare. Già nel 2009/10, secondo la commissione, lo schema servì tra l’altro a evitare un record di perdita: quella che forse sarebbe stata la prima di una lunga serie di stagioni.
2. L’asimmetria del rimedio. Un punto tolto oggi non restituisce i punti sottratti agli avversari ieri. Il tempo, qui, lavora a favore di chi è sotto accusa: per questo la tempestività delle sanzioni è parte della giustizia sportiva, non un dettaglio procedurale.
3. Il prezzo di riferimento. Una sponsorizzazione gonfiata non fa male solo ai conti: fissa un benchmark (un punto di paragone). Se il mercato impara che un club vale tot per un partner (sponsor), tutti gli altri vengono valutati, e trattano, in relazione a quel parametro. Il rischio, in questo caso, è l’inflazione dei prezzi dell’intero settore.
4. La linea di confine. Il problema non è che un proprietario investa nel suo club: è lecito, anzi è il cuore del capitalismo sportivo. Il problema è quando l’investimento si traveste da ricavo di mercato per aggirare i tetti.
5. Lo sfondo geopolitico. Quando dietro un club c’è uno Stato, o realtà a esso vicine, una regola pensata per club-azienda si misura con capitali che non rispondono alla logica del bilancio: è un dato strutturale, che riguarda anche altre proprietà e altri campionati. Forse bisognerebbe rivedere le regole.
6. Il costo reputazionale. Anche in caso di piena assoluzione, il caso lascia una grossa ombra: per la credibilità delle regole, per quella dei controlli, per quella dello spettacolo. E questa, a differenza di una multa, non si paga con un bonifico.
Il verdetto che non c’è (ancora)
Il calcio, che ha l’abitudine di consumare velocemente le notizie, è invece costretto ad adeguarsi ai tempi del diritto: un appello, un’udienza sulle sanzioni, forse un ricorso davanti a un giudice ordinario, e i mesi che passano. Nel frattempo il City gioca, vince, e guida la classifica; la Premier League non cambia il regolamento in corsa; e i tifosi di tutte le altre squadre si dividono fra chi parla di giustizia e chi di vendetta.
Come in casi analoghi (qui si tratta di doping finanziario ma cambia poco rispetto a quello medico), resta però un filo di amarezza per tutti quei tifosi, e oserei dire per tutti i telepcsportdipendenti che hanno ammirato i trionfi del City e adesso si pongono il famoso quesito: “what if?”
Abbiamo assistito a competizioni truccate? Cosa sarebbe successo se…
Domande che – per ora – non hanno risposta e che ci potremmo porre solo dopo il verdetto finale.
A me, nel dubbio, – permettetemelo – resta una consolazione professionale: in una vicenda dove i numeri cambiano a seconda di chi li cita, c’è almeno una cifra certa, ed è quella delle parcelle. Per i bilanci del City, vedremo, ma per quelli degli studi legali che assisteranno il club in questa cavillosa vicenda giudiziaria, il fair play finanziario non sarà mai un problema…
💰 MoneyBall
Matteo Zaccaria | Coltiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non “magna gati”. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!
“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire”
(Michael Douglas)






