Si sono appena chiuse le Olimpiadi di Milano-Cortina e, come già accaduto a Sochi 2014, PyeongChang 2018 e Pechino 2022, in cima al medagliere degli sport invernali c’è ancora lei: la Norvegia.
Un Paese di appena 5,6 milioni di abitanti (ormai abbiamo sentito questo dato decine di volte…) che continua a produrre campioni non solo sugli sci o sul ghiaccio, ma anche negli sport estivi: da Erling Haaland a Casper Ruud, da Viktor Hovland a Jakob Ingebrigtsen (non ultima anche la sorpresa calcistica in Champions: il Bodø/Glimt).
La tentazione è quella di attribuire questo dominio a fattori naturali: il clima, la cultura dello sci, l’abitudine storica agli sport outdoor. Ma la verità è che il vantaggio competitivo della Norvegia non nasce sulle piste. Nasce molto prima.
Nasce nel modo in cui i bambini vengono introdotti allo sport.
Sia chiaro, non è l’unico aspetto di un sistema vincente, ma una particolarità che merita di essere indagata. Anche nel paese dei fiordi ci sono investimenti ingenti, ovvio, ma poi vengono anche fattori culturali che vanno esplorati.
Vediamo di capirci qualcosa di più.
Il caso Norvegia nel libro “Siamo Questi“
L’approccio norvegese allo sport è stato sapientemente approfondito anche dal nostro Simone Salvador, all’interno del libro “Siamo Questi – Viaggio tra i paradossi dello sport italiano” (pag. 211).
Qui proviamo a fare qualche breve considerazione in più, alla luce anche del trionfo norge alle ultime olimpiadi invernali, che ha ancora una volta dimostrato come quel sistema produca risultati straordinari.
Non si tratta di certificare in qualche modo che quello sia l’unico sistema vincente, ma di capire quali sono i suoi punti forti (da cui magari prendere spunto) e se questi possano essere replicati.
Il modello norvegese: lo sport come diritto, non come selezione
In Norvegia tutto lo sport – incluse le attività giovanili – è coordinato da un unico organismo, il Norwegian Olympic and Paralympic Committee and Confederation of Sports (NIF), che supervisiona circa 12.000 club locali e oltre 50 federazioni.
Alla base del sistema esiste un documento, introdotto già nel 1987 e aggiornato più volte nel tempo: il Children’s Rights in Sport.
Non si tratta di una semplice raccomandazione pedagogica, ma di una precisa norma regolamentare, volta a tutelare il rapporto dei bambini e il loro approccio alla pratica sportiva.
Questo documento stabilisce infatti che fino ai 12-13 anni lo sport debba avere come obiettivo principale: il divertimento, la partecipazione, lo sviluppo motorio generale e la socializzazione.
Non la performance.
Per questo motivo, il sistema norvegese impone alcune regole che per molti contesti sportivi europei (Italia compresa) appaiono quasi controintuitive:
➡️ non è consentita la registrazione ufficiale dei punteggi prima dei 13 anni
➡️ non esistono campionati nazionali giovanili
➡️ non possono essere pubblicate classifiche online
➡️ non è prevista alcuna selezione precoce basata sul rendimento
➡️ bambini possono cambiare squadra liberamente
➡️ se sono previsti premi, devono essere assegnati a tutti
➡️ i costi per praticare lo sport sono a carico dello Stato
Il motto, che non è una semplice operazioni di marketing, è “Joy of Sport for All”: al primo posto, quindi, deve esserci il divertimento del bambino, il resto va in secondo piano.
Le società che non rispettano queste regole rischiano di perdere l’accesso ai finanziamenti pubblici. Questo meccanismo crea un allineamento di incentivi estremamente forte: il successo di breve periodo non può venire prima della partecipazione di lungo periodo.
Competizione sì, ma nel momento giusto
Uno degli equivoci più diffusi riguarda la presunta “morbidezza” del modello norvegese.
In realtà, la Norvegia non elimina la competizione, semplicemente sceglie di spostarla temporalmente “in là”: fino ai 12 anni lo sport è concepito come una fase di sviluppo multilaterale e i bambini sono incoraggiati a praticare più discipline contemporaneamente, senza specializzarsi troppo presto.
Dai 13 anni in poi, invece, il sistema si biforca: chi desidera continuare a praticare sport a livello ricreativo può farlo, chi vuole intraprendere un percorso competitivo entra in una filiera di sviluppo dell’élite.
Il vertice di questo percorso è rappresentato dall’Olympiatoppen, il centro nazionale per l’alta prestazione sportiva.
Qui gli atleti accedono a:
⚫️ programmi di allenamento individualizzati
⚫️ supporto medico e fisioterapico
⚫️ nutrizione sportiva
⚫️ supporto psicologico
⚫️ formazione scolastica compatibile con l’attività agonistica
Il sistema si basa su una collaborazione continua tra tecnici, medici e ricercatori. Non a caso, uno dei protocolli di allenamento più diffusi al mondo per il miglioramento del VO₂ max – il metodo 4×4 (sinteticamente, un metodo per rafforzare il cuore e aumentare il massimo consumo di ossigeno – sul punto chiedo venia se ci sono inesattezze) – è stato sviluppato presso la Norwegian University of Science and Technology.
La logica è semplice: gli atleti arrivano all’alta prestazione motivati, non esauriti.
E qual è il ruolo dei genitori di un bambino che fa sport?
Nelle ricerche effettuate per scrivere questo articolo, mi sono imbattuto anche in un opuscolo, scaricabile dal sito del comitato olimpico norvegese, dal titolo curioso e allo stesso tempo molto significativo: “Come essere un buon genitore di un bambino che fa sport – Raccomandazioni della Federazione Sportiva Norvegese e dell’Olympiatoppen”.
Non vi nascondo che per capirlo ho dovuto rivolgermi all’esperto Google Translate (qui lascio il file tradotto per i più curiosi)…
Si tratta di una serie di suggerimenti rivolti ai genitori, affinché possano comprendere il loro ruolo e si rendano utili nel contribuire al miglioramento dell’ambiente sportivo dove giocano i propri figli.
“I tuoi atteggiamenti e le tue azioni possono contribuire sia positivamente che negativamente all’esperienza, alla partecipazione e alle opportunità di sviluppo dei bambini nello sport. Questo vale indipendentemente dal fatto che il giovane atleta diventi un atleta di alto livello o meno”.
Ecco allora l’invito a vedere lo sport dei propri figli come un’opportunità di conoscere nuovi amici, di imparare nuove competenze, a fargli fare esperienza in discipline diverse per ampliare i propri orizzonti. Poi c’è il monito a essere “spettatori di supporto”, ad incoraggiare il proprio figlio e l’allenatore, senza trascendere in atteggiamenti negativi e di mancanza di rispetto per avversari ed arbitri: perché lo sport è un “campo di apprendimento” e il genitore deve essere anche lì un esempio.
Quel documento della Federazione Sportiva Norvegese, elaborato insieme a Olympiatoppen, non è un semplice vademecum comportamentale: è una dichiarazione culturale.
Il messaggio di fondo è chiaro: il genitore non è il “manager” del figlio, non è il suo procuratore, non è il suo secondo allenatore sugli spalti. È il custode dell’equilibrio.
Lo sport, nella visione norvegese, non è una selezione precoce ma un ambiente di sviluppo umano. E il genitore è chiamato a proteggere questo ambiente, non a contaminarlo con ansie, aspettative e proiezioni personali.
Sia chiaro: anche in Norvegia ci saranno genitori rissosi, pressanti, con grandi aspettative, ecc…, però, a mio modesto avviso, è bello che ci sia attenzione (dal Vertice dello sport nazionale) anche verso questo aspetto, con l’idea che prima di tutto debba venire l’educazione e la crescita sana di quelli che diventeranno donne e uomini e, in secondo luogo, anche atleti.
Tutto questo avrà avuto un qualche riflesso sulla competitività attuale degli sportivi norvegesi? Mi piace pensare di sì.
Un veloce confronto con il sistema italiano
Proviamo a fare un rapido confronto tra questo modello e quello italiano, non tanto per esaltare più l’uno che l’altro, ma per far risaltare le differenze strutturali rilevanti.
Nel nostro Paese:
– la “specializzazione” avviene spesso già tra i 7 e i 9 anni, età in cui si richiede al bambino di operare una scelta rispetto all’attività sportiva prescelta
– le competizioni interprovinciali e interregionali iniziano precocemente (è vero però che talune federazioni italiane – vedi il rugby -, con un meccanismo non dissimile da quello scandinavo, non prevedono per le categoria under 12 sistemi di punteggio/classifiche, ecc., valorizzando la partecipazione rispetto al risultato).
– la selezione tecnica avviene prima dello sviluppo puberale
– le famiglie sostengono gran parte dei costi
Il risultato è un sistema implicitamente selettivo, fin da subito, e non pensato tanto sul talento, quanto sulle risorse economiche e sul tempo a disposizione delle famiglie.
Trasferte, tornei, stage, allenamenti individuali: tutti elementi che aumentano l’intensità del percorso ma che, allo stesso tempo, alzano le barriere di accesso.
Questo si traduce in due fenomeni ben documentati (si veda questo articolo di Psicologi dello Sport): un elevato tasso di abbandono tra i 13 e i 16 anni e una riduzione progressiva della base di praticanti da cui può emergere l’élite.
In altre parole: il sistema italiano tende a selezionare presto, ma proprio per questo rischia di perdere una parte significativa del potenziale talento lungo il percorso.
Cosa potrebbe mutuare l’Italia
Sul libro “Siamo Questi” potete trovare un’attenta disamina di tutte le peculiarità del sistema italiano che, con le sue pur tante “storture”, è comunque efficace. Infatti, non ostante tutto, il nostro Paese (e quindi il nostro sistema) ha raggiunto risultati lusinghieri in tantissime discipline, estive e invernali, individuali e di squadra.
“E allora?” potrebbe chiedersi qualcuno… Beh, “allora” non è sbagliato guardare anche agli altri Paesi, magari per prendere spunto e migliorare taluni aspetti.
L’Italia non può infatti replicare integralmente il modello norvegese (si tratta di paesi diversi per cultura, PIL, ecc), ma potrebbe adottarne alcuni principi operativi senza stravolgere la propria governance sportiva.
1. Ritardare la competizione strutturata
Limitare classifiche ufficiali e competizioni interregionali almeno fino alla categoria Under-12 consentirebbe di:
– ridurre il rischio di “burnout”, ossia quell’esaurimento fisico, emotivo e mentale che colpisce gli atleti, anche in giovane età, a causa di stress cronico, aspettative alte (genitori?) e pressioni eccessive;
– migliorare la permanenza nel sistema sportivo durante l’adolescenza.
2. Incentivare la pratica multisportiva
Attraverso strumenti regolamentari come: tesseramenti federali multipli, accordi tra società sportive, miglioramento dell’integrazione tra sport e scuola, che da noi comincia ad esserci – un pochino – solo dalla scuola secondaria (e non sempre…).
Il modello norvegese, ma non solo, ad esempio anche quello sloveno, che si fonda su principi abbastanza simili, dimostra che la pratica multisportiva nelle fasi iniziali aumenta la probabilità di raggiungere livelli élite nella fase adulta.
3. Ridefinire i criteri di finanziamento
Anziché basarsi esclusivamente sui risultati agonistici di breve periodo, i contributi pubblici potrebbero essere almeno in parte vincolati a:
– tasso di partecipazione dei bambini
– premiare chi riesce a mantenere alta la partecipazione dei bambini (evitare i drop-out sportivo). Per ottenere ciò è anche essenziale puntare su un ambiente inclusivo, allenatori competenti, divertimento e il “diritto di non essere campioni”.
– inclusività territoriale: si prediligano le società che portano la multi offerta sportiva in aree in cui non è presente, per allargare il bacino di utenza.
Il possibile “lascito” di Milano-Cortina
Uno dei temi ricorrenti, prima e dopo un evento olimpico, è – giustamente – quello della possibile eredità, soprattutto in termini di infrastrutture, che l’Olimpiade può lasciare al territorio.
Gli investimenti infrastrutturali sono sicuramente un “tema” non banale e la creazione di impianti dove poter praticare e perfezionare il gesto sportivo è essenziale per poter eccellere (in Norvegia, lo sport è finanziato da Norsk Tipping, ente che gestisce il gioco d’azzardo e che destina a questo settore il 64% delle proprie entrate… – magari sul focus finanziario ci concentreremo in un’altra puntata)
Ma il vero lascito potrebbe essere di natura sistemica.
Se l’obiettivo è migliorare la competitività internazionale nel medio-lungo periodo, il punto di intervento non può essere solo l’atleta d’élite, ma anche e soprattutto la base della piramide sportiva.
La Norvegia ha costruito il proprio vantaggio competitivo (anche) intervenendo proprio lì.
Resta da capire se l’Italia, dopo aver ospitato i Giochi, sarà disposta a fare lo stesso.
💰 MoneyBall
Matteo Zaccaria | Coltiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non “magna gati”. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!
“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire”
(Michael Douglas)