“Nessun dorma” e la sigla del ciclismo Rai di fine ’80-inizio ’90 (di Matteo Zaccaria)

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La scorsa settimana, a seguito di una piacevole discussione via Twitter, ho ricevuto una mail – letta peraltro con mio colpevole ritardo – da Matteo Zaccaria, appassionato di sport&media e attento lettore/osservatore dei vari progetti legati a questo portale.
La discussione verteva su quella famosa e bellissima sigla Rai di fine anni ’80-inizio anni ’90, che introduceva tutte le corse ciclistiche. Già, ma chi era il corridore che, nella seconda parte della sigla, scattava in quel modo prodigioso? Matteo ha voluto approfondire la cosa e ci ha regalato questo bellissimo articolo. Lo ringrazio e vi invito, nell’ordine, a rivedervi la sigla e leggere le parole di Matteo.

NESSUN DORMA E LA SIGLA RAI DEL CICLISMO ANNI ’80-’90

Gentili signore e signori, buongiorno!”. Iniziava così ogni racconto sportivo narrato da Adrian De Zan, con quella voce ferma, quell’andare ritmato, quella cadenza perentoria e inimitabile.

Da fine febbraio (sì, sembra incredibile, ma una volta il ciclismo riposava durante l’inverno) a fine ottobre, De Zan accompagna gli ascoltatori nelle lunghe maratone televisive RAI al seguito delle varie carovane ciclistiche.

Ma molti ricordi sono legati anche a quella sigla che per molto tempo apriva ed anticipava la telecronaca, sulle note liete del Nessun Dorma di Puccini.

Un intermezzo di per sé molto basico, che univa qualche immagine di ciclisti del passato (e che ciclisti!) a riprese un po’ più recenti: la sigla è stata introdotta nel 1988 e, appunto, ci mostra filmati di Coppi e Bartali e scene più contemporanee, tratte molto probabilmente dalla Tirreno-Adriatico svoltasi proprio in quell’anno.

La grafica era molto asciutta e si limitava a passare in sovraimpressione i loghi dei vari sponsor delle squadre italiane di quel periodo (oggi diremmo che era un bel marchettone), ma c’è qualcosa di quella sigla che è rimasta nei cuori degli appassionati.

Forse per il fatto che probabilmente era una delle prime “sigle” che introducevano con regolarità un evento sportivo e per la sua ripetitività si è impressa nell’immaginario comune.

Forse per quel sottofondo musicale così famoso e reso ancor più celebre dalle interpretazioni di Luciano Pavarotti, che all’epoca era il tenore più famoso al mondo.

Forse per le immagini stesse: con un inizio cullato tra riprese di strade di montagna, da sempre il terreno su cui si sono create le leggende del ciclismo e poi il finale, dove il “Vinceroooò!” cantato, fa da sottofondo ad una sequenza in cui si vede un corridore compiere uno scatto poderoso e fulmineo, che gli fa scavalcare la testa della corsa e lo porta, presumibilmente, alla vittoria finale.

Il tutto si conclude epicamente, sfumando, su di un paesaggio collinare ricoperto di bruma.

Ecco, ma chi era “quel” corridore?

Purtroppo le immagini sgranate, in 4:3, non godono della qualità HD attuale ed è difficile riconoscere le fattezze del protagonista “dell’impresa di giornata”.

Era il periodo in cui stava finendo un’era, quella del dualismo Moser-Saronni, e stavano emergendo nuove leve, come Bugno, Chiappucci e Maurizio Fondriest, che ben figurò in quella Tirreno-Adriatico protagonista della sigla, tanto che a fine stagione si laureò campione del mondo in Belgio.

Guardando alla “fonti”, si possono spulciare le pagine dell’archivio del Corriere della Sera anche per comprendere come in quegli anni senza internet, né social vari, il quotidiano era il riferimento primario per ogni genere di notizia e lo sport, in tutte le sue discipline, la faceva da protagonista.

Se oggi nel cartaceo quasi non fanno cronaca nemmeno le Classiche, nel 1988 il CdS dedicava un resoconto quotidiano delle varie tappe della Tirreno: si scopre allora che il vincitore di quell’edizione era stato Erich Mächler, svizzero, un buon passista e gregario, con un trionfo alla Sanremo del ’87 e qualche tappa al Tour de France.

Ma il funambolo che vediamo sfrecciare nel filmato sembrerebbe essere Jesper Skibby, autore di vari attacchi in quell’edizione, come riportano le cronache era un corridore danese, solito a sortite fulminee e scatti poderosi che, ahimé, egli stesso, in seguito, ha ammesso fossero alimentati anche dalla “chimica”, purtroppo piaga sottocutanea di quegli anni di sport.

Skibby non vinse nemmeno una tappa nel 1988 e, ironia della sorte, nella Tirreno del 1993 riportò una caduta molto rovinosa, che rischiò di porre fine alla sua carriera.

Ma molti hanno impressa l’immagine di “quel” corridore che si invola verso un qualche traguardo e quelle note che richiamo alla mente le imprese dei vari Argentin, Bugno, Chiappucci, Indurain, Fignon, protagonisti di un’epoca, in cui i pomeriggi televisivi si aprivano con il saluto garbato del telecronista “Gentili signore e signori, buongiorno”.

Il ciclismo, per lungo tempo, è stato un dolce racconto mediatico che ha fatto leva sulla fantasia del narratore e di chi ne ha fruito” (Adriano De Zan)

MATTEO ZACCARIAColtiva la passione per tutti gli sport (tranne il cricket, che rimane un mistero), ma non ne pratica neanche uno (!). Avvocato vicentino, ma non magna gati. Appassionato del racconto sportivo in tutte le sue forme. Ritiene che se ti svegli nel cuore della notte per guardare una finale NBA, o hai una passione, o un problema, oppure entrambe le cose!
“Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire” (Michel Douglas).

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