FOCUS – La rivoluzione televisiva del (doppio) Mundialito 1981

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Abbiamo analizzato le origini della Pay-TV in Italia e abbiamo accennato al fatto che il doppio Mundialito del 1981 abbia rappresentato un momento di svolta epocale sul fronte concorrenza televisiva in Italia. Doppio perché tra il 30 dicembre 1980 e il 10 gennaio 1981 si disputa in Uruguay l’edizione per nazionali (nome ufficiale della manifestazione “Copa de Oro de Campeones Mundiales“, abbreviata in Mundialito dagli argentini, con evidente intento dispregiativo rispetto al vero Mondiale, vinto dagli stessi nel 1978), mentre dal 16 al 28 giugno si gioca a Milano la prima edizione riservata ai club.

Un doppio appuntamento calcistico che, come anticipato, rappresenta un’autentica rivoluzione negli equilibri televisivi del nostro Paese.

IL MUNDIALITO (O COPA DE ORO DE CAMPEONES MUNDIALES) – 1980/1981

Ma cos’era esattamente il Mundialito o Copa de Oro? L’edizione del 1980 – o 1981 visto che il torneo si disputa come detto a cavallo tra i due anni – viene organizzato per la ricorrenza dei 50 anni dalla prima edizione della Coppa Rimet.

Quella rassegna era stata ideata da Washington Cataldi, all’epoca presidente del Peñarol, uno dei club di Montevideo più noti e vincenti a livello internazionale. Di più, era un politico assai vicino alla junta di Méndez, dall’ottobre 1980 secondo successore, dopo il feroce Alberto Demicheli, di Juan Marìa Bordaberry, autore del golpe nel febbraio 1973. Il torneo fu finanziato, con l’intento di rientrare dalle spese vendendone i diritti per la trasmissione televisiva, da un imprenditore di origine greca che viveva in Uruguay, tal Angelo Vulgaris, titolare di una multinazionale della carne e del bestiame battente bandiera panamense.

Furono invitate le 6 nazionali che avevano vinto almeno una volta il titolo iridato. Ma solo cinque vi parteciparono. L’Olanda – seconda nel 1974 e nel 1978 – sostituì l’Inghilterra che aveva detto: «No, grazie». Ufficialmente per incompatibilità con il calendario del campionato nazionale, che per tradizione si intensifica proprio durante il periodo natalizio. Probabilmente per protesta contro la junta di Montevideo.

Massimiliano Ancona

Ancora una volta, quindi, come accaduto ad esempio nel 1976 con la finale di Coppa Davis tra Italia e Cile e il relativo dibattito sull’opportunità che gli azzurri andassero o meno nel Paese di Pinochet o con i Mondiali argentini del 1978, sport&politica si intrecciano in un dedalo di difficile risoluzione. In quel momento l’Uruguay, come visto, è un Paese sotto la dittatura militare fascista di Aparicio Mendez, non certo invisa alla FIFA di Joao Havelange, personaggio molto discusso (anche) per alcune amicizie politiche.

Sulla falsariga di quanto avvenuto nel 1978 in Argentina – con la dittatura di Videla rinforzata dalla vittoria mondiale dell’albiceleste – Mendez punta a ripetere l’operazione attraverso il Mundialito, anche per ottenere un riconoscimento dalla comunità internazionale. Detto della rinuncia inglese e delle polemiche in Olanda, anche in Italia si apre una discussione sull’opportunità che gli azzurri prendano parte al torneo, creato per chiari intenti propagandistici. I calciatori italiani – apparentemente – si dimostrano sensibili a delle tematiche extra-sportive.

Persino il torpido mondo del calcio italiano si sente in dovere, un po’ a sorpresa, di dire la sua sulla situazione politica uruguayana. Alcuni calciatori e allenatori di Serie A (sembra 41, soprattutto di Roma, Lazio, Bologna e Fiorentina, ma fra censure e smentite l’elenco non viene mai reso noto) firmano un documento in cui si contesta la dittatura e si esige che il Mundialito “sia anche una tribuna dove si condanni la politica di repressione e fame portata avanti in questi ultimi sette anni”. In realtà si tratta di una solidarietà un po’ estemporanea. Pare che un gruppo di esuli uruguayani in Italia avesse avvicinato gli sportivi direttamente sui campi di allenamento “strappando” al volo qualche dichiarazione. Quando poi la cosa diventa di pubblico dominio, molti si affrettano a negare il loro coinvolgimento, altri dichiarano che sì, avevano espresso solidarietà, ma certo non si aspettavano di leggere il proprio nome in calce al comunicato. Altri ancora, come Castagner e Santarini, invece non si dissociano mentre – racconta Mario Sconcerti su la Repubblica – Giovanni Galli, pur non confermando la sua adesione, si affretta a comprare un libro sulla condizione dell’Uruguay. Insomma, un passo avanti rispetto al silenzio assordante di Argentina ’78, ma le magliette rosse di Panatta & C. in Cile nel ’76 restano decisamente un’altra cosa.

Giuliano Pavone – Montevideo killed the Rai star

Alla fine, però, le timide proteste rientrano e l’Italia di Bearzot parte alla volta di Montevideo. Tra l’altro, il referendum di riforma costituzionale di novembre vede soccombere in modo inopinato il governo uruguagio. Per questi motivi il Mundialito assume un’importanza ancora più centrale per la junta Mendez.

I DIRITTI TV DEL MUNDIALITO 1980 – UN AFFARE DI STATO

In questo contesto, già particolarmente complicato, si gioca anche un’altra partita, ancora più combattuta e delicata. Una partita destinata a segnare un punto di svolta epocale sul fronte diritti televisivi. Un’espressione, quest’ultima, fino ad allora poco conosciuta, che entra invece prepotentemente nel dibattito politico e giornalistico italiano. Per capire bene il contesto televisivo in cui nacque il “Caso Mundialito“, va detto che il fermento pionieristico delle TV private (o libere) degli anni ’70, si stava velocemente evolvendo verso la creazione di veri e propri network televisivi su scala interregionale/nazionale. Il tutto attraverso accordi, acquisizioni e ingegnosi sistemi di trasmissione (leggi alla voce pizzone o interconnessione di reti formalmente indipendenti) che miravano ad aggirare il divieto di trasmissione su scala nazionale, stante il monopolio della Rai.

Il 12 novembre 1979 viene registrato a Milano il marchio di proprietà Fininvest (società fondata da Berlusconi a Roma nel marzo 1975) “Canale 5”. Il “5” sta a significare l’intenzione della nuova tv di piazzarsi subito dopo le tre reti RAI e Telemontecarlo. Il 30 settembre 1980 il logo di Canale 5 appare sugli schermi del Nord Italia in affiancamento a quelli di Telemilano 58, stazione diffusa in Lombardia. Contemporaneamente il neologo si combina con quello di altre TV locali a copertura di sei regioni del Nord Italia. A dirigere i programmi di Canale 5 è chiamato nientemeno che Mike Bongiorno (al quale sarebbe poi stata conferita la carica di vicepresidente Fininvest nel 1987).

L’iniziativa è da subito molto articolata a livello societario: la pubblicità è appannaggio di una concessionaria dedicata, la Publitalia 80, il centro di produzione s’identifica nella Videoprogram (cui succederà nel 1981 la Videotime), l’acquisizione dei programmi alla società Rete Italia (fondata nel 1979 con il fine di approvvigionare di contenuti la futura rete di Berlusconi) mentre la gestione tecnica di alta e bassa frequenza è appannaggio dell’Elettronica Industriale (rilevata nel 1975 da Adriano Galliani dall’ing. Barbuti di Monza e ceduta, nella seconda metà dei ’70, per il 50% a Berlusconi). Poco più di un mese dopo, l’11 novembre 1980, va in onda il primo “pizzone” di programmazione preregistrata su supporto magnetico, distribuito tramite corrieri (quotidianamente o settimanalmente a seconda delle trasmissioni) dal centro operativo di Milano a un consorzio di 25 emittenti, lungo tutto il territorio nazionale collegate in interconnessione funzionale e suddivise nei circuiti Canale 5 (nord Italia) e Canale 10 (centro-sud Italia). I due network sono distinti solo a livello di denominazione. Le TV, tutte controllate, collegate o legate da accordi stringenti con Fininvest (definiti da Galliani, che si occupa delle acquisizioni delle emittenti locali) hanno l’obbligo di trasmettere il medesimo programma alla stessa ora, per dare l’illusione della diretta su tutto il territorio nazionale (vietata dalle norme al tempo vigenti, che consentono la deroga al monopolio RAI solo su scala locale). Le TV sindacate, per contratto, mantengono soltanto la messa in onda in proprio dei notiziari locali.

da newslinet.it

Il Mundialito può rappresentare un’occasione molto ghiotta per far conoscere su vasta scala la neonata Canale 5. Silvio Berlusconi, anticipando la Rai, acquista i diritti di trasmissione in esclusiva di tutte le 7 partite del Mundialito, siglando un accordo da 900 mila dollari direttamente con Vulgaris che ha ricevuto carta bianca da Federcalcio Uruguagia e FIFA per la vendita dei diritti TV nel mondo (di fatto, il Mundialito è organizzato da lui, quindi da una società privata).

Sulla chiusura dell’accordo Vulgaris-Berlusconi, emergono due versioni distinte. Eccole.

Il regime di Montevideo, proprio per motivi propagandistici, ebbe tutto l’interesse a che il torneo fosse visto anche e soprattutto in Europa. Secondo la versione dei fatti riportata da Pino Frisoli e Massimo De Luca (Sport in Tv), che è poi quella dello stesso Vulgaris, quest’ultimo offrì per un milione e mezzo di dollari i diritti all’Eurovisione. Una cifra troppo alta, cui seguì una controfferta di 750 mila dollari, concordata con le TV pubbliche che la componevano. Le trattative, su quelle basi, saltarono. Così si inserì Rete Italia, società della berlusconiana Fininvest, che chiuse l’accordo in due giorni per 900 mila dollari.

Secondo un’altra versione (libro “Fratello P2 1816”), uomini di Rete Italia andarono a Ginevra e conclusero con Vulgaris l’acquisto per l’Europa per 900 mila dollari, circa un miliardo di lire dell’epoca (due milioni e 250 mila euro attuali). Il tutto per sette partite. Ovvero 150 milioni di lire l’una. Una cifra comunque alta se rapportata ai 20 milioni di lire pagati per ognuna delle 38 gare del Mundial argentino. La Rai si difese dicendo: «Quando l’Eurovisione si è mossa il comitato organizzatore aveva già venduto i diritti. Non c’è mai stata un’asta regolare tra Eurovisione e Berlusconi». In realtà, l’accordo parve tanto più oneroso anche perché Canale 5 non avrebbe potuto trasmettere in Europa (Italia compresa) senza il satellite. Uno strumento, quest’ultimo, gestito da Telespazio, di cui aveva usufruito in Italia solo la Rai, oltre a Telepace, ma solo per trasmettere l’Angelus domenicale in America latina.

Massimiliano Ancona

La questione – nemmeno a dirlo – finisce in Parlamento e si apre un ampio dibattito sui giornali. La ricostruzione dell’intera vicenda assume dei connotati diversi, in base al peso e al ruolo che si vuole attribuire alla P2. Partono lunghe trattative tra Governo, Rai e Fininvest, accompagnate da polemiche e critiche alla Rai su Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport.

Le trattative, che coinvolgono il Governo, sono lunghe, febbrili e rocambolesche. A gestire gli interessi della Rai è il presidente Sergio Zavoli. Alla fine si arriva a un accordo: Rai e Canale 5 si divideranno la spesa; la Rai potrà trasmettere in diretta le partite dell’Italia e la finalissima, Canale 5 le altre partite (in diretta per la Lombardia, in differita nel resto d’Italia attraverso un network di reti “affiliate”). Un compromesso che in realtà è una grande vittoria per Berlusconi, che di fatto rompe il monopolio pubblico, si accaparra per la prima volta un evento di simile rilevanza e afferma un precedente che gli spianerà la strada per le successive conquiste in campo televisivo. Il fatto che molti protagonisti della vicenda – lo stesso Berlusconi, il Ministro delle Poste, editori di giornali – fossero iscritti alla P2 (come si sarebbe scoperto solo pochi mesi dopo) e che Licio Gelli fosse di casa proprio in Uruguay, forniscono agli appassionati del genere parecchi spunti di riflessione.

Giuliano Pavone – Montevideo killed the Rai star

i diritti TV del Mundialito 1980-1981 rappresentano una doppia svolta epocale: la fine del monopolio Rai su scala nazionale e la nascita del mercato dei diritti televisivi sportivi in Italia.

Le partite trasmesse da Canale 5 registrano degli ascolti molto alti (8 milioni di telespettatori), con un grande successo a livello di ricavi pubblicitari (si parla di 1 miliardo di lire di utili). Le telecronache vengono affidate a Giuseppe Albertini, ma la novità è rappresentata da un lungo spettacolo pre e post partita, condotto da Mike Bongiorno con ospiti del mondo sportivo e giornalistico.

IL MUNDIALITO PER CLUB 1981: CANALE 5 E UNA COPERTURA TELEVISIVA RIVOLUZIONARIA

Visto il successo a livello ascolti e pubblicità del Mundialito per nazionali, Silvio Berlusconi con i suoi uomini decide di organizzare per la fine della stagione calcistica 1980-1981 un altro Mundialito (nome ufficiale: “Coppa Superclubs 1981“), con la partecipazione di squadre di club che in bacheca hanno almeno una Coppa Intercontinentale. Così, tra il 16 e il 28 giugno 1981, Inter, Milan, Santos, Penarol e Feyenoord si sfidano per complessive 10 partite (alla fine si impone l’Inter, con Beccalossi eletto miglior giocatore).

Sempre Pino Frisoli e Massimo De Luca, nel loro imperdibile libro “Sport in TV. Storia e storie dalle origini a oggi, ci conducono nei meandri (televisivi e non) di quel torneo:

Tutte le partite sono ovviamente trasmesse da Canale 5, in differita di una giornata per effetto della legge che vieta la diretta su tutto il territorio nazionale. Gli unici a poter vedere gli incontri in diretta sono i telespettatori della Liguria su A&G Television di Genova, ma nella prima serata anche i telespettatori piemontesi di Teletorino possono godere dell’identico privilegio (…). Le telecronache sono affidate a Giuseppe Albertini, come era già accaduto per il Mundialito in Uruguay. Per la realizzazione delle riprese televisive, affidate ad Anthony Flanagan, uno dei più esperti ed abili registi inglesi di avvenimenti sportivi, vengono messe in funzione 9 telecamere. Le azioni più importanti sono riproposte immediatamente al rallentatore e un sistema computerizzato permette di mandare in onda sui teleschermi in sovraimpressione, nei momenti salienti della partita, una scheda tecnica dei giocatori coinvolti nelle fasi di gioco. Il torneo viene trasmesso via satellite in Brasile, Argentina, Paraguay, Venezuela, Ecuador, Colombia, Messico, Uruguay, Perù, Cile, Grecia, Olanda, Medio Oriente e Stati Uniti, mentre la diretta radiofonica è assicurata per la Lombardia dal gruppo Multiradio con la voce di Nicolò Carosio. L’organizzazione della TV di Berlusconi spende anche 240 milioni di lire per gli ingaggi di Johan Cruijff (al Milan), Ruud Krol (al Feyenoord) e per l’inglese Tony Woodcock (all’Inter). Quest’ultimo è però costretto a rinunciare al torneo per infortunio.

Pino Frisoli e Massimo De Luca
Filmato suggerito da Lucio Celletti

Da sottolineare come la prestazione di Cruijff, reduce da un infortunio e sostituito dopo soli 45′ della prima partita, porta gli organizzatori a impugnare il contratto dell’asso olandese.

Peraltro, la conclusione del torneo regala un momento molto particolare e anticipatore di una nuova fase televisiva. La partita finale del Mundialito è il derby tra Inter e Milan, decisivo per la conquista del trofeo. Le due squadre per la prima volta non si sono affrontate in stagione a causa della retrocessione del Milan in Serie B nell’annata precedente. Nonostante questa doppia valenza, nella Domenica Sportiva che va in onda in contemporanea con il match, l’indimenticabile Beppe Viola esordisce dicendo: “Una domenica senza calcio”. In pratica, il derby di Milano viene oscurato dalla Rai perché proposto dalla concorrenza – parola fino ad allora praticamente sconosciuta – di Canale 5. Un comportamento e un’impostazione giornalistica che suscita molto clamore.

Nessuno lo ammette, ma sembra che tra le redazioni sportive delle tre reti si fosse stabilita la tacita intesa di non trasmettere alcuna immagine del Mundialito per club, come sarebbe invece stato possibile grazie ai tre minuti previsti dal diritto di cronaca, limitandosi a brevi notizie, che comunque quella domenica sera non ci sono state.

Pino Frisoli e Massimo De Luca

Il Mundialito viene disputato per altre 2 edizioni (1983 e 1987) e rappresenta il primo grande esperimento italiano di produzione televisiva – non Rai – di un evento calcistico. Dal 1981 in poi, comunque, Fininvest è attivissima nell’acquisizione dei diritti TV di molti altri eventi sportivi, soprattutto statunitensi (NBA e NFL in primis).

Siamo di fronte all’inizio di una nuova era televisiva.

Ecco come Gianni Mura su “La Repubblica” descrive la copertura televisiva di Canale 5 durante il Mundialito del 1987.

Qui il voto è molto alto. Teniamo conto che Canale 5 si muoveva nel suo stadio da padrone di casa, ma più di così non si sa cosa chiedere a una telecronaca. Interviste prima della partita, nell’intervallo, dopo, grande prontezza nei dettagli da inquadrare (il piede bucato di Matteoli, per fare un esempio), uso appropriato del replay da almeno tre angolazioni (e non solo sui gol ma anche sulle azioni fallose), 12 telecamere in funzione più una sospesa a 43 metri sul campo (molto utile). Commento a due voci (Albertini o Garanzini più Bettega, che di calcio ne ha masticato) very professional. Un ottimo lavoro. Avesse voglia la Rai di copiare per quello che può grazie in anticipo.

Gianni Mura – La Repubblica 30 giugno 1987

Bibliografia

LE ALTRE PUNTATE DI FOCUS – LA NASCITA DELLA PAY-TV IN ITALIA

7 COMMENTI

  1. Come postilla “regolamentare”, il Mundialito per club (che per anni fu inserito negli albi d’oro Panini come un vero torneo ufficiale) era congegnato bene: 5 edizioni negli anni dispari dal 1981 al 1989, tutte a 5 squadre (Inter e Milan fissi, le altre 3 ex campioni intercontinentali) e gran finale nel 1991 colle 5 vincenti (un caso che a organizzare fosse Canale 5?). Purtroppo già nel 1983 dovettero “ripiegare” sulla Juventus per le troppe rinunce, nel 1985 saltò tutto causa Heysel (fu considerato “indelicato” organizzare un torneo di calcio a stretto giro di posta) e nel 1987 era già decaduto a “Coppa delle STelle” con club europei scelti “in chi accettava”.
    Altra cosa molto fastidiosa nei miei ricordi del 1983: le interruzioni pubblicitarie (di 2minuti mi pare) ogni quarto d’ora; non si perdeva nulla (erano repliche) ma spezzavano troppo il ritmo.

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