“Tredici vite: troppo dei salvatori e poco dei calciatori intrappolati” | La Nuca di McKinley (#31) di Piero Valesio

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Come spiegare il concetto di squadra? Impresa mica facile, non ce la si può cavare con un paio di parole banali, figuriamoci con il linguaggio cinematografico. Non che nella storia del cinema ci abbiano provato in pochi; ma stavolta l’occasione era ghiotta. Si trattava di raccontare la vicenda dei tredici ragazzi (dodici più il coach) rimasti intrappolati in una grotta thailandese nel 2018, proprio mentre era in corso il Mondiale di Russia. Il gruppo di adolescenti altro non era che una squadra di calcio giovanile. Il film è incentrato sull’incredibile vicenda del loro salvataggio: complessivamente i ragazzi restarono in una grotta inondata dall’acqua per 18 giorni.
Ora la domanda era ed è: quanto ha pesato l’essere una squadra sul fatto che i ragazzi hanno resistito soprattutto psicologicamente in una condizione pazzesca? Quali tecniche l’allenatore (con qualche anno in più dei ragazzi ma mica poi tanti) ha usato per evitare lo sconforto o le crisi di pazzia, per mantenere vivo il ritmo sonno-veglia, per mitigare i morsi della fame e i fantasmi che inevitabilmente prendono forma nel buio?
E che il tema fosse caro al produttore (Brian Glazer, il proprietario dei Tampa Bay Bucaneers in NFL e del Manchester United) si capisce dalle continue citazioni calcistiche: alcuni ragazzi, prima della tragedia indossano maglie dei Reds e più o meno tutti festeggiano come Cristiano Ronaldo: e qui come sempre la realtà va più veloce della finzione visto che i Glazer e lo United del portoghese, è storia di questi giorni, non vorrebbero più sentir parlare. Ma il regista Ron Howard quanto si parla di acqua indossa metaforicamente il boccaglio e deve portare lo spettatore per forza a starci dentro (vedi Cocoon) nell’acqua.
Per cui il film racconta con dovizia di immersioni e relativa claustrofobia come sono andate le diverse fasi del salvataggio: ma glissa amabilmente su come i giovani calciatori intrappolati hanno fatto a resistere in quelle condizioni, a quali forze misteriose per noi comuni mortali hanno attinto: quanto (se è successo) l’aver imparato la freddezza nei momenti delicati e l’aiuto reciproco in campo ha permesso loro di non farsi travolgere dall’angoscia.
In questo senso il film è decisamente sbilanciato, fortemente hollywoodiano: i ragazzi sono fermi nella grotta e alla fine sembrano quasi delle comparse, i loro salvatori si muovono (soprattutto nuotano nelle acque delle grotta) continuamente. E lo sbilanciamento diventa grave quando si arriva (spoiler) al momento in cui i sub per tirar fuori i ragazzi li dopano, li drogano, li addormentano in modo da poterli trascinare in salvo. Nella tranquilla sottomissione con cui si offrono alle iniezioni quanto c’è di buddismo e quanto di una perfetta padronanza di sé cui magari (molto magari) la pratica sportiva può condurre?
Su questo ed altri pensieri (una squadra giovanile di calcio diciamo italiana avrebbe reagito nello stesso modo alla disgrazia? Mah) il film sorvola.
Guardatelo su Amazon Prime. Poi se ne discute.

PIERO VALESIO | È stato critico televisivo del quotidiano Tuttosport per oltre vent’anni. Come inviato ha seguito Olimpiadi, grandi eventi di calcio, tennis, Formula 1, Motomondiale e sport invernali. Dal 2016 al 2020 ha diretto il canale televisivo Supertennis e ha curato la comunicazione degli Internazionali d’Italia. Ha tenuto e tiene corsi di giornalismo e di comunicazione sportiva. Nel 2015 ha vinto il Premio Coni per la narrativa inedita con il racconto “Marcialonga Blues”. Ha scritto libri per grandi (“E vissero felici e lontani” con Antonella Piperno, Perrone editore) e piccini (“Cronache di Befa”, Biancoenero edizioni).
Recensisce in stile sportivo libri non sportivi per la newsletter “Lo Slalom”.

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