“Pero&Lorenzi, non siate i lanzichenecchi della telecronaca” |  La Nuca di McKinley #60

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Nanni, scansati e fammi vedere il film” scriveva Dino Risi recensendo Moretti. Affettuosamente accusando il regista di riempire l’inquadratura con la sua faccia in primo piano, i suoi tic e il suo eloquio rallentato, a detrimento della percezione della trama. Parafrasando il grande maestro del cinema italiano si potrebbe dire: Elena&Paolo, scansatevi, zittitevi e lasciatemi vedere la partita di tennis.
I due in questione sono l’ottima telecronista Elena Pero e il talent-seconda-voce Paolo Lorenzi che sempre più di frequente sono la coppia principe del tennis su Sky. Lorenzi, ex ottimo player e attualmente vicedirettore degli Internazionali d’Italia di Roma, si alterna in questo ruolo a Paolo Bertolucci che con la Pero dà però vita da anni ad una squadra affiatatissima, una sorta di riconoscibile e bilanciato marchio di fabbrica.
Ma da qualche tempo si assiste ad una deriva perlomeno particolare. Pero&Lorenzi non corrono il rischio di emulare Moretti visto che i loro volti non si vedono: ma parlano. Parlano, parlano e poi parlano ancora. Quelli in campo giocano e loro parlano. Anzi, per essere precisi: Lorenzi spara parole a manetta, ad una velocità che pare quella di un messaggio audio ascoltato sullo smartphone in X2 o peggio, non si ferma mai, pare gli dispiaccia che quei due in campo ogni tanto giochino pure perché vive il momento in cui dovrà tirare il fiato come una dannazione divina e allora accelera ancora, cerca di spiegare ogni singolo aspetto di un singolo colpo, le parole si accavallano, intanto si è già al rovescio successivo e il telespettatore non capisce più nulla. (Scusate, rifiato)
Ma ciò che è peggio e che a tanta entusiastica debordanza non fa da contraltare una partner che lo contenga: la Pero, anzi, si fa prendere la mano, da vita ad un frenetico pas à deux, suggerisce al socio nuovi spunti, come non volesse perdere terreno o il centro del palcoscenico e Lorenzi (presumibilmente dopo aver assunto dei sali minerali o mangiato una acciuga sotto sale anti raucedine, come i tenori prima di andare in scena) riprende la corsa.
Difficile dire se si tratti di una precisa scelta editoriale, di una tendenza dovuta all’entusiasmo per lo spettacolo cui si assiste (che peraltro nella finale di Toronto latitava) o al fatto di avere italiani sempre sugli scudi. Il tennis non è il calcio o il basket, non abbisogna di un tappeto verbale continuo (ammesso che invece calcio e basket ne necessitino) perché il silenzio ne è una componente per fortuna fondante, come la stessa Pero ha sottolineato qualche giorno censurando i “lanzichenecchi” (cit) che sugli spalti di Toronto producevano caciara a gioco in corso. E non è necessario scivolare nella ridondanza tentando di spiegare anche quanto non può essere spiegato, di continuo, sempre. Lasciamo talvolta che sia il suono della pallina a raccontare la storia e spieghiamo una cosa alla volta, così magari qualcosa resterà anche nelle testoline di chi sta guardando. Se no si rischia di diventare dei lanzichenecchi della telecronaca. E non sarebbe giusto, dai.

PIERO VALESIO | È stato critico televisivo del quotidiano Tuttosport per oltre vent’anni. Come inviato ha seguito Olimpiadi, grandi eventi di calcio, tennis, Formula 1, Motomondiale e sport invernali. Dal 2016 al 2020 ha diretto il canale televisivo Supertennis e ha curato la comunicazione degli Internazionali d’Italia. Ha tenuto e tiene corsi di giornalismo e di comunicazione sportiva. Nel 2015 ha vinto il Premio Coni per la narrativa inedita con il racconto “Marcialonga Blues”. Ha scritto libri per grandi (“E vissero felici e lontani” con Antonella Piperno, Perrone editore) e piccini (“Cronache di Befa”, Biancoenero edizioni).

Ha pubblicato a giugno 2023 il libro “Chi ha rapito Roger Federer?” (Absolutely Free).

Cura per Sport in Media la rubrica “La Nuca di McKinley” e durante i Mondiali di calcio 2022 ha realizzato la video-rubrica “Qatarinfrangenze“.

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