“Break point? Fantozzi direbbe: Una noia pazzesca!” | La Nuca di McKinley (#46)

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Parafrasando l’immarcescibile personaggio che ispira questa rubrica (non McKinley, ma Fantozzi) si potrebbe dire che “Break Point” è una noia pazzesca. Difficile dire se, affermandolo, si scatenerà una esplosione di gioia incontrollata come quella che saluta da quasi 50 anni la declamazione sulla corazzata Kotiomkin professata dal ragioner Ugo sotto gli occhi attoniti del professor Guidobaldo Maria Riccardelli. Improbabile. Magari succederà il contrario: Netflix ha inserito la serie dedicata al tennis lanciandola con tutta la sua potenza di fuoco e ponendola dello stesso filone di “Drive to survive” e “All or nothing” (Amazon), che poi sarebbe condurre lo spettatore dietro le quinte dei grandi eventi sportivi e le maschere che gli interpreti di quei circus indossano. Stavolta i protagonisti sono i tennisti: Kyrgios e Kokkinakis nel primo episodio, Berrettini nel secondo. Ma, forse più che negli altri casi citati, il tentativo palese dei creatori è quello di rivolgersi ad un pubblico che di tennis non sa assolutamente nulla: e dunque era necessario mettere l’accento più su fatti e atteggiamenti personali che non agonistici e tecnici. E fin qui, figuriamoci: va benissimo. Ma non bastano dieci secondi di ripresa di Kyrgios bambino che ballonzola, il suo continuo passeggiare mano nella mano con la fidanzata o la riproposizione delle sue urla indirizzate al giudice di sedia di turno (ovviamente sovrapposte a quelle che McEnroe che urla “You cannot be serious!” all’indirizzo del giudice di sedia Edward James reo di aver chiamato fuori una sua palla nel suo match dell’81 contro Tim Gullikson a Wimbledon) per alzare il sipario sull’anima di un uomo, ancora più di un tennista. Tuttavia, anche questo limite sarebbe tutto sommato perdonabile, all’insegna dello show business. Ma ciò che rende il tutto (a parte ascoltare Berrettini che parla in inglese ed è doppiato da uno che non è Berrettini nella versione italiana) difficilmente digeribile è la voce fuori campo che enfatizza ogni singolo passaggio, ogni azione di gioco, nel tentativo di rendere ciò che avviene in campo (anzi: che è avvenuto un anno fa a Melbourne) qualcosa di accattivante. Il problema si può in parte ovviare optando per la versione originale in inglese: ma è proprio il gioco che non funziona e che ti appare inguaribilmente datato. Ti puoi sì accontentare di vedere Kyrgios e Kokki che giocano ad una sorta di curling da tavolo nella players lounge: ma ti aspettavi ben altro. Ed è difficile credere che un non tennista che guardi la serie poi si appassioni allo sport dei gesti bianchi e non opti (invece) per il curling da tavolo. Che peraltro meriterebbe un approfondimento.

PIERO VALESIO | È stato critico televisivo del quotidiano Tuttosport per oltre vent’anni. Come inviato ha seguito Olimpiadi, grandi eventi di calcio, tennis, Formula 1, Motomondiale e sport invernali. Dal 2016 al 2020 ha diretto il canale televisivo Supertennis e ha curato la comunicazione degli Internazionali d’Italia. Ha tenuto e tiene corsi di giornalismo e di comunicazione sportiva. Nel 2015 ha vinto il Premio Coni per la narrativa inedita con il racconto “Marcialonga Blues”. Ha scritto libri per grandi (“E vissero felici e lontani” con Antonella Piperno, Perrone editore) e piccini (“Cronache di Befa”, Biancoenero edizioni).

Cura per Sport in Media la rubrica “La Nuca di McKinley” e durante i Mondiali di calcio 2022 ha realizzato la video-rubrica “Qatarinfrangenze“.

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