“1972: il Settembre nero di Monaco” merita applausi e lacrime | La Nuca di McKinley (#33) di Piero Valesio

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Bisognerebbe scattare in piedi e applaudire. Oppure restare seduti, in silenzio, e provare a pensare, che non fa mai male. E sarebbe pure doveroso che qualcuno, magari proprio in questi giorni di riapertura delle scuole, chiedesse a Sky il permesso di organizzare nelle aule magne delle visioni ragionate e discusse per i ragazzi. Perché sono trascorsi 50 anni da quei giorni di inizio settembre a Monaco di Baviera, quando l’Olimpiade perse l’innocenza ammesso ne avesse ancora qualche briciola; ma, a ben vedere, lo sport uscì (o avrebbe dovuto farlo) da quella tragedia con la consapevolezza di non essere mai solo una palla che rotola e o un giavellotto che si libra nell’aria: ma un linguaggio planetario che tutti quei gesti compongono.

Detto questo spero di avervi fatto venire voglia di vedere “1972 – Il Settembre nero di Monaco”, freschissima produzione Sky (disponibile on demand) che entra come una lama affilata nella materia di uno degli eventi più luttuosi della storia dello sport: il sequestro di atleti israeliani al Villaggio Olimpico e la seguente carneficina.

Già altre volte il genere docufiction aveva raccontato questi fatti e di un prodotto tedesco (Zdf) ormai datato, McKinley si era occupato tempo fa. Ma qui siamo ad un livello molto superiore.

Intanto funziona perfettamente la doppia narrazione: finzione con attori (perfetti) alternata a straordinari documenti e a testimonianze ancora più straordinarie dei protagonisti di quegli eventi; compresi Ehud Barak, allora capo delle forze speciali del Mossad e poi anche capo del governo di Tel Aviv e pure uno degli attentatori che vive in un non precisato “paese arabo” in incognito da anni. Ma ciò che rapisce è il respiro. I produttori e il regista hanno deciso di guardare alla vicenda dall’alto, svelandone le incredibili miserie, circostanziando gli eventi nel momento storico e senza compiacenza di maniera nei confronti di nessuno. Il volto che è simbolo dell’intera narrazione e che la comprende è quello di uno dei poliziotti tedeschi (manco delle forze speciali) che erano stati mandati a morire dai loro responsabili (avrebbero dovuto restare nell’aereo che, per finta, avrebbe dovuto portare fuori dalla Germania i terroristi per immobilizzarli una volta saliti) e che all’ultimo momento si tirarono indietro, consci che quel piano si sarebbe risolto in una carneficina. Quell’uomo è stato accolto nella casa della moglie e della figlia di uno degli atleti israeliani uccisi: e il loro colloquio, cordiale, doloroso ma per nulla scontato (La figlia dice al poliziotto: la vostra nazione è stata capace di sterminare sei milioni di ebrei e non è stata in grado di uccidere otto terroristi) è da solo una testimonianza storica e umana imperdibile.

Perfetto il montaggio, giornalisticamente impeccabile il docufilm lascia però aperta una questione che potrebbe pure risolversi in un sospetto. Perché la Germania non fu in grado di evitare il dramma?  Se un prodotto televisivo si conclude lasciando aperte, sul piano storico, una domanda del genere vuol dire che non solo quel prodotto è riuscito: è meritorio.

PIERO VALESIO | È stato critico televisivo del quotidiano Tuttosport per oltre vent’anni. Come inviato ha seguito Olimpiadi, grandi eventi di calcio, tennis, Formula 1, Motomondiale e sport invernali. Dal 2016 al 2020 ha diretto il canale televisivo Supertennis e ha curato la comunicazione degli Internazionali d’Italia. Ha tenuto e tiene corsi di giornalismo e di comunicazione sportiva. Nel 2015 ha vinto il Premio Coni per la narrativa inedita con il racconto “Marcialonga Blues”. Ha scritto libri per grandi (“E vissero felici e lontani” con Antonella Piperno, Perrone editore) e piccini (“Cronache di Befa”, Biancoenero edizioni).
Recensisce in stile sportivo libri non sportivi per la newsletter “Lo Slalom”.

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