Premier League dominante vs Serie A. L’alibi dei Diritti TV più equi e il gattopardismo italiano

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C’era da aspettarselo, questo sì. Dopo le incredibili rimonte nelle semifinali di Champions di Liverpool e Tottenham e la rocambolesca vittoria del Chelsea in Europa League, le squadre inglesi hanno riempito tutte le caselle delle due finali UEFA e, in automatico, è scattato il consueto, scontatissimo, giochetto su quanto sia più avanti la Premier League rispetto alla Serie A. Se ne parla come fosse una cosa nata negli ultimi tempi. In realtà, il solco tra il campionato inglese e il nostro campionato è stato scavato (almeno) 15 anni fa.

LA CRESCITA IMPETUOSA DELLA PREMIER LEAGUE

Sulla nuova Gazzetta, vi è ampio spazio per approfondimenti e infografiche (evoluzione necessaria). Nel grafico qui sotto si nota la crescita impetuosa dei ricavi da Diritti TV della Premier League. Per il triennio 2019-2022 la Premier incasserà oltre 3 miliardi di euro a stagione, comprensivi dei proventi dei diritti TV venduti all’estero che sono pari a 1160 milioni di euro a stagione (!). A questi vanno aggiunti i “gettoni” (d’oro) delle 20 partite che saranno trasmesse da Amazon il prossimo anno (115.000 euro a partita). Il solo dato “televisivo”, tuttavia, è fuorviante per capire la portata e il modello di business creato. Vanno infatti aggiunti:

  • il dato sugli stadi: 20 club e ovviamente 20 stadi di proprietà
  • la media spettatori
  • e, se vogliamo proprio farci del male, possiamo inserire nel calderone anche i numeri relativi alle entrate commerciali (matchday, sponsorizzazioni e merchandising).

Aggiungendo l’appeal creato in giro per il mondo, il confronto con la Serie A diventa quasi irrispettoso.

Da La Gazzetta dello Sport

Proprio questo sistema virtuoso, con una Lega che ha costruito un format vincente grazie a coesione e lavoro dei singoli club, sta dando grandi risultati. La Premier League, inevitabilmente, è diventato il campionato migliore, quello più seguito. I risultati sul campo e il numero di squadre competitive sono la logica conseguenza di tutto ciò.

LA DISTRIBUZIONE DEI DIRITTI TELEVISIVI IN INGHILTERRA E IN ITALIA

In Italia, invece, siamo ancora fermi alle beghe stile liti condominiali sulla ripartizione dei soldi dalle TV, unica fonte di sostentamento per il 90% dei club. Gli stadi (solo 4 di proprietà) sono per lo più fatiscenti, i ricavi commerciali sono fermi e il merchandising langue; a proposito, è stato fatto qualcosa di concreto per bloccare la vendita di magliette false fuori dagli stadi? Siamo indietro anni luce e si continua a navigare a vista. Questi discorsi sono purtroppo vecchi. Il treno è già stato abbondantemente perso. La Legge Melandri-Gentiloni, pur con molte cose da migliorare, fu un buon punto di partenza per i club di Serie A nel lontano 2010/2011. Ecco un articolo datato novembre 2009:


Sulla base delle prime proiezioni (necessariamente provvisorie visto che una percentuale è basata sul risultato del campionato in corso), la grande novità, alla base della stessa riforma legislativa, è che dalla stagione 2010/11 i club medio-piccoli avranno un bel beneficio economico: Fiorentina +30 milioni, Sampdoria +24, Atalanta +23, Chievo +22, Cagliari +16. Ovviamente spetterà poi ai singoli dirigenti decidere come investire queste nuove risorse. La speranza è che le società investano nei settori giovanili, negli stadi, nell’nell’acquisto di giocatori di buon livello

Blog-In dentro lo sport – Novembre 2009

Sicuramente il rapporto dei proventi tra prima e ultima era da ridurre, e così è stato fatto con la riforma che ha avvicinato notevolmente la Serie A alla Premier League.

Dalla Gazzetta dello Sport

In molti, in questi anni, hanno “giustificato” la superiorità schiacciante della Juventus con la sproporzione dei proventi dei diritti TV: un alibi risibile. Come sempre, in Italia, chi rappresenta un modello gestionale – che, nonostante l’arretratezza del sistema, cerca a fatica di tenere la scia dei club europei più importanti, ottenendo ottimi risultati – viene additato delle peggiori malefatte. Il problema non è certo la Juventus, anzi, il club di Andrea Agnelli ha tracciato la strada da seguire per restare competitivi: stadio, entrate commerciali, merchandising, branding, ecc. Il problema sono tutti gli altri club che in questi 10 anni hanno fatto poco o nulla per dotarsi di una struttura societaria moderna. Come sono stati utilizzati i (tanti) soldi arrivati dalle TV? I settori giovanili sono migliorati? Gli stadi? Nella maggior parte dei casi, questi soldi sono serviti – e alcune volte non sono nemmeno bastati – per pagare gli ingaggi a giocatori spesso mediocri.

E in tutto questo la Lega Serie A – e quindi l’insieme dei club – ha fatto pochissimo per sviluppare il proprio marchio, espandersi all’estero, creare appeal attorno al campionato e far quindi lievitare la torta dei diritti TV (rimasta pressoché invariata in questi 9-10 anni). Non solo. Nel più classico gattopardismo all’italiana, si continua a (far finta di) cambiare per lasciare tutto come prima…

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