La polemica sulle prime pagine dei giornali sportivi ha stancato

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Polemiche su prime pagine dei quotidiani sportivi stancato

Sono stato tra i primi, quasi 9 anni fa, a iniziare una battaglia (strapersa) sulle prime pagine dei quotidiani sportivi, sempre più incentrate sui temi calcistici – con crescita esponenziale dello spazio riservato al calciomercato – e sempre meno generose con tutti gli altri sport. Uniche eccezioni: Valentino Rossi, Ferrari (quest’ultima, però, solo in caso di vittoria), oppure qualche impresa storica, ma solo in determinate condizioni (Jacobs-Tamberi a inizio agosto). Insomma, mi sono occupato a lungo della materia, stimolante, appassionante e per certi versi frustrante. Tuttavia, dopo l’ennesima mattinata di polemiche sui social per il poco spazio dedicato a Filippo Ganna (oro mondiale nell’inseguimento individuale, con record del mondo sotto i 4′) e confronto automatico/inevitabile con la prima pagina de L’Equipe, incentrata sulla pistard Mathilde Gros, penso sia giunto il momento di una pausa, di una moratoria sulla questione, divenuta ormai stucchevole e stantia.

Intendiamoci. Sono perfettamente d’accordo sul punto. Imprese come quelle realizzate da Ganna sono semplicemente straordinarie, eccezionali e meriterebbero non lo spazio principale in prima, ma l’intera prima pagina e le seguenti 4-5 dei quotidiani sportivi. Da questo punto di vista, il discorso – in termini generali – di Maurizio Sarri in una recente conferenza stampa è da salvare e riproporre in loop.

https://twitter.com/Leonardo44447/status/1580429240805519360

In un Paese con un tasso normale di cultura sportivaintesa qui come interesse diffuso e generale verso più discipline sportive e capacità/interesse dei media di porre in una scala gerarchica oggettiva imprese sportive e suggestioni – il nuovo trionfo di Ganna (con record del mondo) avrebbe conquistato lo spazio principale in prima, se non proprio tutta la prima pagina dei giornali sportivi. Oggettivamente, siamo in presenza di un autentico fenomeno sportivo, di un fuoriclasse che ha già compiuto delle imprese memorabili, di un atleta che già ora, a 26 anni, è nell’Olimpo dello sport italiano e mondiale.

Purtroppo, però, e sottolineo più volte il termine purtroppo, viviamo in un Paese a bassissimo tasso di cultura sportiva, un Paese in cui la componente dei tifosi calcistici supera di n volte quella degli appassionati di sport. I media sportivi più diffusi non sono altro che la risultante, il portato, la rappresentazione plastica di questa forma mentis, di questo modo di vivere e seguire lo sport. Un ambiente in cui al tifoso medio interessa maggiormente avere notizie su Lautaro Martinez, sulla conferenza di Allegri/Pioli/Mourinho o sui tempi di recupero di Dybala/Di Maria. Un mondo in cui le notizie quotidiane su Totti e Ilary trovano ampio spazio su diversi – per fortuna non tutti – siti e media “sportivi”. Purtroppo, volenti o nolenti, la situazione è questa. Sono i numeri dei siti web e delle interazioni social a dimostrarlo. Date un’occhiata a quali sono i giornalisti “sportivi” più seguiti e con più interazioni social: sono principalmente quelli che si occupano di calciomercato, il secondo sport nazionale (al primo posto, forse…, il calcio giocato, al terzo le polemiche su arbitri e VAR nel calcio, al quarto la Ferrari, ma come detto solo quando vince) o coloro i quali si occupano delle vicende quotidiane dei club calcistici più seguiti.

Insomma, noi appassionati di sport (in senso lato) siamo una nicchia o comunque una minoranza rispetto alla massa di tifosi a cui si rivolgono essenzialmente i quotidiani e media sportivi che, va sempre ricordato, non sono onlus e non si reggono su contributi pubblici con la possibilità quindi di “sperimentare”, ma fanno parte di gruppi editoriali, sono imprese e come tali devono produrre utili o quantomeno stare in piedi. Dopodiché, non voglio giustificare i giornali sportivi e le loro linee editoriali, ma semplicemente rimarcare come le logiche prettamente commerciali – leggi alla voce bacino d’utenza/potenziali lettori – abbiano decisamente più peso rispetto all’oggettiva rilevanza della notizia (è evidente che il record del mondo di Ganna sia infinite volte più importante delle voci di mercato, a ottobre, su Lautaro). Detto questo, però, quante persone hanno seguito in diretta la finale Ganna-Milan? Quante hanno cliccato sulla notizia? E quante invece hanno letto l’articolo sulla crisi della Juventus, su Hellas Verona-Milan o sul post-Barcellona dell’Inter? Ecco, vi siete risposti [mentre scrivevo queste ultime due-tre domande sono stato preso da un notevole senso di sconforto]. Ed è inutile sperare o fantasticare di media sportivi italiani che cambiano la loro impostazione calcio(mercato)centrica, dedicando ampi spazi a tutto quello che non è calcio, semplicemente per un improvviso e ritrovato obbligo morale di diffusione di cultura sportiva, oppure perché nella nostra bolla social è montata la polemica sulle prime pagine e “allora vedrai che hanno capito e la prossima volta non apriranno con mercato o gossip”. Speranze vane. Tempo perso. Comanda la non-cultura sportiva italiana, radicatissima anche, ovviamente, in numerose redazioni sportive.
In estrema sintesi, è normale, per chi è appassionato di sport, stupirsi e arrabbiarsi per non vedere celebrata come meriterebbe l’impresa di Ganna o di altri campioni del nostro sport. In un mondo ideale, meglio, in un Paese con un normale livello di cultura sportiva, il riconoscimento per queste imprese sarebbe automatico. Da noi questo non avviene e non avverrà, salvo casi rarissimi e in momenti particolari.
La causa di tutto ciò è molto semplice: la stra-grande maggioranza degli italiani nasce e cresce in un tessuto culturale (famigliare, amicale, scolastico, mediatico) intriso di calcio. Il compito fondamentale per la diffusione della suddetta cultura sportiva non è dei giornali e delle loro prime pagine, ma della scuola, che dovrebbe formare persone con una visione sportiva ampia e aperta. Come sappiamo, però, ciò non avviene e lo sport a scuola è visto come un peso, non come una materia fondamentale da tanti punti di vista. Questo, però, è un discorso che ci porterebbe molto lontano.
In definitiva, #siamoquesti e le prime pagine dei giornali sportivi non sono altro che lo specchio della cultura sportiva prevalente nel nostro Paese.

P.S. Qualcuno pone spesso la seguente obiezione: sì però i giornali sportivi continuano a proporre queste prime pagine calcio(mercato)centriche, “bistrattando” le altre imprese e continuano a perdere copie. Perché non provano altre strade, perché non cambiano impostazione?

Obiezione interessante e condivisibile, ma che dimentica un dato fondamentale. Uscendo dal contesto sportivo, a perdere copie non sono solo i quotidiani sportivi ma, salvo qualche rara eccezione, tutto il comparto dei quotidiani, tenendo conto sia delle versioni cartacee che digitali (vedi diffusione giornali agosto 2022). La crisi, quindi, è generale e riguarda il medium “quotidiano” (prendete i dati di vendita di 10 anni fa e confrontateli con quelli odierni). Cambiare impostazione delle prime pagine sarebbe quindi un palliativo, anche perché i moltissimi dati provenienti da siti, social, ma anche dagli ascolti televisivi, indicano in modo chiaro quali sono gli argomenti su cui concentrarsi.

P.P.S., questa moratoria sulle polemiche per le prime pagine dei quotidiani può essere interrotta solo in presenza di:

a) situazioni oggettivamente straordinarie, in cui anche l’aspetto prettamente commerciale deve obbligatoriamente passare in secondo piano: il caso Kobe Bryant rappresenta ancora oggi una macchia indelebile per l’intera stampa sportiva italiana;

b) veri e propriparadossi sportivi“: vedi recente caso-Gazzetta che lunedì 12 settembre ha dedicato alla vicenda Ilary-Totti le pagine 30 e 31 e all’Italvolley maschile campione del mondo le pagine 46-47 e 49. Qui, però, non si parla più di prime pagine ma di foliazione.

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