Ecco la seconda parte dell’intervista esclusiva a Massimiliano Ambesi. Questa, nel caso non l’abbiate letta, la prima, andata online ieri, in occasione del lancio di SPORTinMEDIA:

Riavvolgiamo il nastro Massimiliano. Quando hai iniziato la tua collaborazione con Eurosport? Leggenda narra che tutto nacque grazie ai tuoi messaggi nel corso delle dirette al telecronista di Eurosport di allora, tale Dario Puppo. A un certo punto, vista la tua competenza e passione, Dario ti ospitò durante una telecronaca. Corrisponde al vero?
Più o meno qualcosa del genere, ma, a quei tempi, il giornalismo e la “narrazione” di eventi sportivi in ambito televisivo non rientravano nei miei piani, né vi si avvicinavano. Tutto è iniziato per gioco e senza particolari velleità, ma si è presto trasformato in qualcosa di più serio. Sono ormai passati più di sedici anni da allora.

Commenti molti sport invernali, estremamente diversi tra loro (Biathlon, Pattinaggio di Figura, Salto con gli Sci, Combinata Nordica). In tutte le tue telecronache emerge una grande preparazione sui numeri, una notevole memoria storica, oltre alla capacità di leggere bene le gare. Pensi che questi tre elementi siano alla base del “manuale del buon telecronista”?
E’ fondamentale disporre di una conoscenza puntuale della disciplina sportiva che si è chiamati a raccontare e si deve avere la capacità di porsi al servizio dell’evento cercando di effettuare la scelta migliore in ogni singolo istante. In sostanza, è necessario trovare i giusti tempi televisivi. Possibilmente, bisogna andare oltre le semplici immagini cercando di aggiungere qualcosa in più a quanto tutti possono osservare. L’immagine deve essere spiegata e contestualizzata, non semplicemente raccontata per quello che rappresenta, fermo restando che ogni sport è storia a sé.
Non penso esista un manuale del buon telecronista, ma conta sapersi adattare al contesto in cui si sta operando creando la migliore chimica possibile con i vari partner di lavoro. Personalmente, ho sempre preferito andare in onda con prime o seconde voci specializzate o in alternativa con professionisti totalmente all’oscuro della materia, ma capaci di gestire al meglio gli spazi formulando all’occorrenza opportuni quesiti figli della curiosità. Non nascondo come, di tanto in tanto, le vie di mezzo mi abbiano creato qualche imbarazzo. In passato, è capitato di essere affiancato da figure con una conoscenza approssimativa della materia condita però dalla presunzione di poter disquisire senza remore su storia, regole, strategie e quant’altro. In sostanza, è accaduto di andare in onda con persone che ogni due interventi ne sbagliavano tre. In questi casi, è stato necessario trovare il modo corretto per cercare di correggere i ripetuti errori, a volte addirittura strafalcioni, cercando di celare con diplomazia le lacune. Ovviamente, non si è mai trattato di situazioni semplici da gestire perché quando le correzioni sono ripetute e sono caratterizzate da troppa enfasi si finisce per essere etichettati come “la signorina Rottenmeier di turno”, ma il mancato intervento e il lasciare passare ogni svarione crea una sorta di complicità nell’errore e genera disinformazione. Da tempo, fortunatamente, non mi capita di affrontare queste condizioni di disagio, in cui il copione richiede di trovare un compromesso con sé stessi e, qualora occorra, impone di recitare una parte a tutela del prodotto che si sta realizzando. Guardando il tutto con filosofia, si è trattato di esperienze che hanno comunque avuto la loro importanza in un lungo percorso di crescita.

Durante le tue telecronache, in che modo riesci a combinare l’aspetto didattico (far capire regole e format a chi si avvicina per la prima volta alle varie discipline) con quello del racconto live?
Collaboro con un’emittente televisiva che si rivolge principalmente a un pubblico specializzato e di nicchia. Di conseguenza, si presuppone che il telespettatore medio parta da una buona conoscenza della materia e non necessiti di ascoltare ogni volta le regole del gioco. L’aspetto didattico viene perciò normalmente inserito nel play-by-play, sfruttando le occasioni che di volta in volta si presentano per illustrare il cavillo regolamentare con tanto di casistica o eventuali alternative.
Il discorso, invece, è differente quando ci si trova a lavorare per emittenti generaliste o nel corso delle Olimpiadi, contesti di norma caratterizzati da un maggiore seguito mediatico. In queste occasioni nulla può essere dato per scontato ed è consigliabile sottrarre tempo alla presentazione della gara per illustrare le regole di base e attribuire la giusta dimensione a tutti i protagonisti. Per il resto, è sempre il play-by-play a offrire lo spunto per tornare sull’abc della disciplina o sulla particolarità regolamentare.

Come ti regoli con la diversità di stili dei tuoi partner al commento?
Partendo dal presupposto che una delle più grandi qualità di Angelo Dolfini, Francesco Paone e Dario Puppo resta quella di sapermi sopportare e supportare, essere affiancato da tre partner diversi rappresenta indiscutibilmente un privilegio. Innanzitutto, spezza la monotonia e consente di mantenere alta l’attenzione sul prodotto che si sta realizzando, ma soprattutto garantisce un costante arricchimento frutto della possibilità di interfacciarsi con differenti competenze, diversi approcci al lavoro e sensibilità spesso agli antipodi. Chiaramente, è necessario conoscere al meglio le caratteristiche di chi si ha al proprio fianco regolandosi di volta in volta di conseguenza. In tal senso, avendo da oltre un decennio un rapporto quasi quotidiano con ciascuno, tutto avviene in maniera assolutamente spontanea e naturale.
In chiave futura, una via che a seconda dell’evento potrebbe essere percorsa più assiduamente è quella della telecronaca a tre voci. In questo caso, il buon funzionamento del prodotto è legato alla capacità della prima voce di dettare i tempi definendo puntualmente i ruoli di ciascuno, ma se tutte le figure coinvolte riescono ad adattarsi al meglio interagendo proficuamente tra di loro il risultato è assicurato. L’optimum si raggiunge quando si può contare su un abile conduttore o prima voce, un ex atleta dotato di buona dialettica e un giornalista/opinionista specializzato. Nell’ambito di Eurosport, i primi tentativi effettuati tra ciclismo e sport invernali hanno avuto un riscontro favorevole da parte del pubblico.

Ti manca un po’ non essere presente fisicamente sui campi di gara? Pensi sia un valore aggiunto nelle telecronache?
Bisogna sempre distinguere tra quanto rientra nella sfera delle pubbliche relazioni e ciò che riguarda il racconto dell’evento. In alcuni casi la presenza sul posto può rivelarsi un valore aggiunto, ma il discorso non vale indistintamente per tutte le discipline. Trovarsi in loco garantisce precisa cognizione di causa sulle condizioni atmosferiche/ambientali e permette un contatto costante e diretto con tecnici e atleti, ma ormai non mancano gli strumenti per mantenere i canali aperti anche a distanza. Sul fronte degli sport del ghiaccio, consente di avere una visione totale ed esaustiva del campo di gara e, quindi, rappresenta un vantaggio. Per quanto concerne il salto con gli sci, è assolutamente inutile e non aggiunge alcunché al play by play, ma il discorso, che se ne voglia dire, non è differente per lo sci alpino. Sci di fondo e biathlon si pongono, invece, nel mezzo perché la visuale di una parte del campo di gara, poligono in primis, può essere un buon supporto ai segnali televisivi che arrivano in cabina di commento.

Uno sguardo fuori dall’Italia. Esiste un modello mediatico-sportivo che ti affascina particolarmente, in cui ti sentiresti a tuo agio per cultura sportiva e qualità del giornalismo sportivo? Se sì, quale e perché.
Ogni modello mediatico-sportivo si contraddistingue per le proprie peculiarità e presenta motivi di interesse. Tenderei a scinderei cultura sportiva e qualità del giornalismo sportivo perché non necessariamente viaggiano su binari paralleli. Per fare un esempio, mi disturbano il sensazionalismo privo di fondamento, il gossip imperante e l’approssimazione talvolta sconcertante che vanno per la maggiore nel giornalismo sportivo russo e scandinavo, ma questo non significa in automatico che Russia, Svezia e Norvegia non siano Paesi caratterizzati da una cultura sportiva meritevole di studio e approfondimento.
In ogni caso, a seconda della disciplina trattata, ci sono nazioni da cui è sempre possibile imparare e che storicamente rappresentano un punto di riferimento. In linea di massima, i modelli di Germania e Giappone sono quelli che mi affascinano maggiormente. Sia in un caso che nell’altro, riscontro un’importante apertura mentale, che genera analisi volte a valorizzare le discipline trattate. In presenza di questi presupposti, il pubblico si trova proiettato in una dimensione ideale per ampliare la propria conoscenza e per seguire l’evento sportivo con sempre maggiore cognizione di causa. Inoltre, fatto non secondario, vige parità di dignità e trattamento per quasi tutti gli sport. Ciascuna disciplina ha ampi spazi a disposizione e il pubblico viene messo nelle condizioni di scegliere liberamente cosa seguire.

Sei molto attivo sui social e rispondi puntualmente a tutti i tifosi che ti scrivono. In che modo i social – sia lato atleti che lato tifosi – hanno cambiato/influenzato il tuo racconto televisivo e il tuo modo di comunicare?
I social network rappresentano un ormai imprescindibile strumento di promozione e sovente di alfabetizzazione. Per quanto mi riguarda, non hanno granché influenzato il mero racconto televisivo o il modo di comunicare, ma, con il tempo, si sono rivelati complementari alla telecronaca. Un utilizzo accorto dei social network consente di approfondire i temi più importanti e di fornire indicazioni supplementari, specie in ambito statistico/numerico. Per farsi un’idea precisa al riguardo, è sufficiente visitare la pagina facebook “Massimiliano Ambesi”, che, da tre anni a questa parte, è diventata un contenitore di informazioni e video sulle discipline olimpiche invernali con un occhio di riguardo per i fuoriclasse e per quanto avviene in Italia. Lo stesso discorso vale anche per twitter, che di norma utilizzo per divulgare notizie sul pattinaggio di figura rivolgendomi però a un pubblico internazionale.

Massimiliano Ambesi e le discipline estive. In quali ti piacerebbe cimentarti come telecronista?
In realtà, ho già le mani piene perchè salto con gli sci e pattinaggio sono ormai discipline per tutte le stagioni. Peraltro, resto dell’opinione che sia doveroso occuparsi di quanto si conosce senza avere la presunzione di spingersi oltre in assenza di una preparazione ben sopra la media. Le mie aree di pertinenza restano perciò quelle del ghiaccio e della neve, senza dimenticare che non mancano figure ampiamente qualificate stabilmente impegnate nelle discipline estive o simil tali. In caso di necessità, non avrei particolari problemi nel fornire un piccolo contributo a chi si occupa di baseball e beach volley, fermo restando che preferisco seguire gli eventi dal divano o dalla spiaggia.
Ciò premesso, con l’amico Riccardo Magrini, storica voce del ciclismo di Eurosport, condivido da tempo immemore la passione per gli animali, cavalli da corsa in primis. Confesso che, se dovessi indicare un settore in cui mi piacerebbe operare in ambito giornalistico, la scelta ricadrebbe senza ombra di dubbio sul trotto, disciplina che ho sempre ritenuto di stordente fascino. In parole povere, sogno di “darmi all’ippica”.

Un’ultima cosa. C’è qualche telecronista o commentatore di altre emittenti che apprezzi particolarmente per stile e competenza?
Senza scomodare chi lavora a Eurosport, sul fronte delle prime voci apprezzo l’approccio, la versatilità e la genuina passione di Pietro Nicolodi e Alessandro Mamoli. Nel panorama delle seconde voci, penso che Luca Sacchi e Vittorio Munari abbiano una marcia in più. Se, invece, mi chiedi di guardare al passato, i primi nomi che mi vengono in mente sono quelli di Bruno Gattai e Sergio Tavčar.

iUn ringraziamento speciale a Massimiliano per la disponibilità e per le belle parole spese per il progetto SPORTinMEDIA.

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