Sportinmedia ha avuto il piacere di intervistare Pietro Nicolodi, telecronista di Sky Sport, profondo conoscitore di n discipline sportive, autentico “malato di sport” o, come da sua inarrivabile bio su twitter: “Presidente onorario della associazione telepcsportdipendenti e per esigenze di vita giornalista Sky”.
Un maestro e un autentico punto di riferimento per chi ama
lo sport nella sua accezione più ampia e segue gli eventi con gli occhi di un bambino e la passione di un innamorato. Un grazie enorme a Pietro per la consueta disponibilità e per i tantissimi spunti e aneddoti che ci ha regalato.

GLI INIZI

Pietro, forse sei il telecronista più “multi-sportivo” in Italia (calcio, tennis, baseball, hockey ghiaccio, scherma, salto con gli sci, varie ed eventuali). Non è un caso che altri due tuoi concittadini (Stefano Bizzotto e Franco Bragagna) siano tra i pochi a destreggiarsi bene in diverse discipline. Quanto ti/vi ha aiutato il fatto di essere cresciuti a Bolzano, in un ambiente con una cultura sportiva ampia (non mono-calcistica), anche grazie alle contaminazioni austriache e tedesche?

Penso che nascere in una delle poche città italiane non fondata esclusivamente sul calcio sia stato fondamentale. La possibilità di vedere le tv germaniche, austriache e svizzere ci ha aiutato ad allargare ulteriormente gli orizzonti.

In altre interviste hai raccontato l’influenza di tuo padre che ti ha insegnato l’amore per lo sport e le prove di telecronaca da piccolo davanti alla TV. Quando hai capito che il giornalismo sportivo sarebbe diventato il tuo lavoro e quali sono stati i primi passi in questo mondo?

Quando andavo alle elementari tenevo dei quaderni con tutti i risultati delle gare che vedevo in tv. Nella mia fantasia immaginavo palinsesti di una tv sportiva che ai tempi non esisteva ed era molto lontana da diventare realtà. Nel mio palinsesto immaginario mi riservavo le telecronache dell’Hockey Club Bolzano, cosa che ho iniziato a fare nel 1993.

Comunque, appena ho capito che ero troppo scarso per fare attività agonistica di un certo livello, ho cominciato a pensare ad un modo per poter vedere sport senza lavorare. Operazione riuscita perfettamente. Non mi ritengo un giornalista, al di là del tesserino che possiedo, ma un appassionato di sport che ha la fortuna di raccontarlo.

Ho iniziato scrivendo per un piccolo e allo stesso grande giornale che non c’è più (il Mattino dell’Alto Adige), poi sono passato a Video Bolzano 33, un brevissimo e traumatico passaggio in una radio bolzanina, poi RTTR a Trento. Nel frattempo ho cominciato a scrivere per la Gazzetta dello Sport, in particolare di sport invernali, ma anche di volley e di atletica leggera (quella che si svolgeva in Germania). Dal 2001 al 2005 a Raisport Milano e poi Skysport e Foxsports.

Passaggio Rai-Sky. Quali sono le differenze sostanziali tra le due realtà?

Nel mio modo d’intendere quest’attività non molte. Nel senso che l’amore per la preparazione l’ho sempre avuto anche quando lavoravo a Video Bolzano. Ovviamente il passaggio tra la piccola sede di Raisport Milano e quella decisamente più grossa dell’allora Cologno Monzese non è stato facilissimo ma un sacco di persone mi hanno aiutato subito a sentirmi a casa.

LE OLIMPIADI. DA SALT LAKE CITY A LONDRA. QUELLA VOLTA CHE

La tua prima esperienza importante è stata in Rai dove – da precario – raccontasti le Olimpiadi di Salt Lake City 2002. Un ricordo di quell’esperienza?

Come un bambino quando arrivano le vacanze di Natale e comincia la Spengler Cup (scusatemi ma questa non potevo non citarla). Per l’emozione penso di aver dormito un paio di ore a notte fino all’ultimo venerdì, quando avevo solo il bob il pomeriggio e sono crollato dormendo 12 ore di fila. Il più bel ricordo è quello legato a Steven Bradbury. Ero in regia e dopo quarti e semifinali tutti i tecnici si erano appassionati alla gara. Quando vinse la finale scoppiò il finimondo all’interno del compartimento RAI ma anche nelle altre TV ci fu un’autentica esplosione di gioia. L’australiano aveva messo d’accordo tutti. Ricorderò anche i controlli di sicurezza durissimi. I primi giorni avevo delle scarpe invernali che facevano suonare il metal detector. Mi facevano spogliare a meno 20 gradi sotto zero. Al terzo giorno ho optato per le scarpe da ginnastica, almeno mi si congelavano solo i piedi.

Più emozionante Salt Lake City 2002, Vancouver 2010 o Londra 2012?

Pur essendo un patito delle discipline invernali devo dire che Londra 2012 è stato qualcosa di straordinario. La città bellissima, l’atmosfera fantastica, fiumi di gente ovunque e poi ho fatto lo sport dove si sono vinte più medaglie.

Aneddoti sulle tre edizioni?

Aneddoti di Salt Lake City: ho visto Mario Lemieux, uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi sbagliare un gol incredibile, prima della terza e quarta manche di Zoeggeler ho fatto dieci volte la strada che portava dall’arrivo alla partenza. C’era un freddo allucinante e se stavi fermo morivi.

In un intervallo di una partita del girone di qualificazione (non mi ricordo quale) sento una voce dalla regia che mi dice di andare avanti mentre la rolba pulisce il ghiaccio. La voce era di quel pazzo di direttore Giovanni Bruno (un mito) che mi prima mi dice un minuto, poi due, poi va avanti che vai alla grande. Per fortuna avevo letto i risultati del campionato italiano e ho parlato un po’ di quello.

A Vancouver, una sera ho sfiorato il dramma personale (si fa per dire). Russia e Slovacchia non finiva mai. Ai rigori nessuno voleva sapere di chiuderla. Finalmente il compianto Pavol Demitra segnò il penalty decisivo. Mancavano 15 minuti all’ultimo autobus per Whistler che partiva dal centro stampa, non proprio vicinissimo. Abbandono di corsa la postazione, mi lancio alla navetta. La navetta non parte, scendo e parto sparato verso il centro stampa. Prendo l’autobus al volo e crollo al tappeto per le due ore di viaggio. Poi sveglia alle 6 e partenza per il Whistler Olympic Park per le gare di fondo.

Sempre a Vancouver, a Casa Italia, ho scambiato Marcel Hirscher per Gregor Schlierenzauer che ai tempi si assomigliavano (almeno per me). Volevo incenerirmi.

A Londra l’episodio più divertente è legato alla semifinale di spada tra la tedesca Heidemann e la coreana Shin. Ci furono 50 minuti di pausa per le proteste della coreana che a suo dire (probabilmente aveva ragione) era stata penalizzata da una gestione del cronometro folcloristica. Per tutto quel tempo abbiamo tenuto la linea io, Diana Bianchedi e Sara Cometti, riuscendo a venirne fuori abbastanza bene.

LE TELECRONACHE

Qual è stato l’evento sportivo che hai raccontato dal vivo che in cui hai più faticato a controllare le emozioni?

Direi la finale del fioretto femminile a squadre. Quando la regale Valentina Vezzali ha lasciato il posto a Ilaria Salvatori io, Diana e Toti Sanzo ci siamo alzati in piedi e abbiamo commentato tutto il resto della gara così. Avevamo i brividi.

Preferisci le telecronache dal vivo o quelle da studio?

Per certi sport essere sul posto cambia la vita. Prendi l’hockey. Vedi tutti i cambi, sai che giocatori sono in pista. Tutto molto più facile. Poi ti aiuta a vivere l’atmosfera, spesso riesci a parlare con gli atleti. Per altri sport, invece, cambia poco. Per esempio al biathlon di Vancouver il monitor era di una qualità infima e non si vedeva un classico tubo.

Telecronaca da solo o affiancato da una seconda voce?

Decisamente con una seconda voce e per certi sport mi va benissimo anche la terza.

Quali sono i commentatori tecnici con cui ti sei trovato meglio in questi anni?

Direi che sono stato molto fortunato, sia in termini di competenza che simpatia. Dal punto di vista comico direi che Faso e Jim Corsi avrebbero potuto sbancare l’audience televisiva.

Modelli di telecronaca. Preferisci lo stile latino (tante parole, esaltazione delle giocate e dei momenti topici) o quello tedesco (più spazio alle immagini, meno parole, lunghe pause)?

Opterei per il mix. Con la telecronaca tedesca rischi o di addormentarti o di preoccuparti per le sorti del telecronista (sarà ancora vivo?).  Poi dipende anche da che sport commenti. Se urli quando sono a 65 metri dalla porta hai buone possibilità di farmi arrabbiare.

MEDIA E COLLEGHI

In assoluto, chi sono oggi i colleghi di cui hai maggior stima? Ci sono dei giornalisti (anche non sportivi) che prendi ancor oggi come esempio/modello?

Ci sono e sono tanti e farei un torto a qualcuno non citandolo. Su quelli extrasportivi ti dico che solo che una volta ho fatto 7 piani di ascensore con Enzo Biagi. Mi tremavano le gambe.

Un giornalista o telecronista sottovalutato?

Non so se sia sottovalutato o meno, perché francamente m’interessa relativamente il giudizio del grande pubblico ma mi è sempre piaciuto lavorare e ascoltare Danilo Freri. Sa fare il telecronista di svariati sport e la spalla tecnica di svariati altri. In più ci conosciamo dalle guerre puniche e commentare hockey e baseball insieme è stato bellissimo.

Tra i giovani telecronisti vedi un nuovo Pietro Nicolodi (o, se ti sembra troppo autoreferenziale, un nuovo Franco Bragagna o comunque qualcuno in grado di commentare senza problemi più discipline)?

Andrea Campagna di Eurosport può passare dallo snooker al baseball, dall’atletica al ciclismo e dal football americano a qualcos’altro che non so ma che ci sarà, senza grossi problemi.

Il tuo rapporto con i social network? Il tuo preferito?

La quantità di stupidaggini che leggo su facebook spesso mi urta. Preferisco twitter dove scelgo io cosa seguire e poi è molto utile per migliorare le mie conoscenze sportive.

Quello con i quotidiani sportivi?

Da questo punto di vista sono antico.  Ho avuto la fortuna di lavorare per la Gazzetta ai tempi del mitico Candido Cannavò e rimpiango quel tipo di giornale, quando il tutte notizie era la più bella rubrica del mondo. Purtroppo i tempi sono cambiati e internet ha ucciso la carta stampata. A proposito di internet impazzisco quando si dà più spazio alle foto o video sexy di atlete e conduttrici ma è un problema mio (non solo tuo, ndr).

Candido Cannavò

Quali sono i media sportivi internazionali che consideri più autorevoli?

Amo molto il modo di trattare lo sport del giornale tedesco della provincia di Bolzano die Dolomiten e in generale mi piace il modo di fare i pre gara delle televisioni tedesche (molto meglio delle telecronache).

CULTURA SPORTIVA

Un altro aspetto distintivo della tua professionalità è il fatto di seguire e conoscere sia lo sport europeo che quello USA. Quali sono le caratteristiche e le differenze a livello media sportivi tra questi due mondi? Ami le statistiche, iper-utilizzate negli sport USA?

La differenza sono i mezzi a disposizione dei giornalisti americani. Però Flavio Tranquillo, per me, sarebbe il numero uno anche negli Usa. Amo le statistiche ma sono conscio che le statistiche non sono tutto. Ogni tanto nascondono delle grandi bugie come diceva Mark Twain.

Cultura sportiva in Italia. Perché secondo te siamo così indietro rispetto ad altri Paesi? Che ruolo/responsabilità hanno i nostri media in questa carenza?

A scuola mi hanno spiegato che la monocoltura uccide le terre. Noi abbiamo la monocultura calcistica che uccide l’educazione sportiva. La scuola e i media hanno le loro belle e grosse responsabilità ma quando l’editore ti presenta i dati di ascolto non puoi far altro che accontentare il grande pubblico.

Hai mai “combattuto” la cultura mono-calcistica nelle varie redazioni sportive?

Certo, con risultati assolutamente sconfortanti.

5 GRANDI PERSONAGGI E IL 2020

Cinque nomi di personaggi che hanno rappresentato qualcosa nel tuo percorso umano e professionale. Tema libero per ognuno.

Franco Bragagna: Era il radiocronista del Bolzano hockey. Era fantastico. Il primo idolo giornalistico. Alla sua bravura e credibilità (e a quella di Stefano Bizzotto e Ezio Zermiani) devo la possibilità di aver lasciato il piccolo mondo regionale. Se loro tre non fossero stati credibili, io sarei ancora in una TV locale.

Ezio Zermiani intervista Ayrton Senna

Rino Tommasi: L’uomo che ha cambiato il modo di fare la televisione sportiva in Italia portando la competenza ai massimi livelli. Quando cominciai ad ascoltarlo nelle puntate del Grande Tennis su Canale 5 fu la svolta. Riusciva a farmi guardare partite che si erano svolte settimane prima e delle quali conoscevo il risultato. Ho avuto la fortuna di conoscerlo a Bolzano per la Coppa Davis ed ero l’uomo più felice del mondo (svariate inquadrature televisive testimoniano la cosa), poi siamo diventati colleghi (si fa per dire) e una volta ho avuto l’onore di passare la linea al maestro. Confesso, mi sono emozionato.

Sergio Tavčar: Ho passato talmente tanti sabato pomeriggio a guardare Capodistria, che pur non conoscendolo personalmente, posso dire sia un mio amico. Si cominciava il pomeriggio presto con improbabili sfide tra Vojvodina e Radnički di Niš per passare a ben più esaltanti sfide cestistiche tra Partizan di Kicianovic e Dalipagic, Bosna di Delibasic, Radovanovic e Varajic, Jugoplastika di Peter Vilfan (idolo) e la Stella Rossa di Zoran Slavnic. Poi Capodistria trasmetteva le dirette delle coppe europee ed ero diventato un ultras delle squadre slave e anche della nazionale. Quando qualcuno mi dice che ho il modo di usare l’ironia di Tavčar sono felice, anche se temo di non essere nemmeno ad un quarto del suo livello.

Flavio Tranquillo: Come maestri ha avuto due colossi del giornalismo e della televisione: Aldo Giordani e Dan Peterson. È riuscito a superarli anche se non penso che sarà d’accordo con la mia affermazione. Visto lavorare dal vivo è uno degli spettacoli più interessanti che si possa vedere nel nostro ambiente. Grande fonte d’ispirazione e un piacere sentirlo sin da quando commentava partite di football NCAA su Italia 7.

Massimiliano Ambesi: Se Sochi 2014 è stata indimenticabile anche se vissuta da Milano lo devo soprattutto a lui. Pur non avendo mai provato prima una telecronaca, ci siamo trovati splendidamente. È conosciuto per essere una sorta di computer di dati ma è molto di più di questo. Un grande amico.

Gioco finale. 2020. Hai la possibilità di commentare dal vivo solo uno di questi eventi: Mondiali di Biathlon ad Anterselva, Wimbledon, Olimpiadi di Tokyo, World Series MLB. Cosa scegli e perché?

Tokyo per i giochi olimpici ti mettono dentro dei brividi anche se ti limiti a raccontarli. Figurati come dev’essere partecipare sul serio.

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