“Il Caso Pantani – L’omicidio di un campione”: l’ennesima rappresentazione del (doppio) complotto. Basta, per favore.

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Ieri sera sono tornato al cinema per vedere “Il Caso Pantani – L’omicidio di un campione“, film prodotto da Mr. Arkadin per la regia di Domenico Ciolfi.
Sono uscito dal cinema con un sentimento a metà tra l’incazzatura per il modo tendenzioso di ricostruire i fatti e la rassegnazione di chi è consapevole, ormai, che le tesi del doppio complotto nei confronti di Pantani siano condivise dalla stragrande maggioranza delle persone, bombardate in questi anni da libri, articoli, fiction, pièce teatrali, film e altre rappresentazioni che hanno titillato i tifosi del Pirata, ridotto ancora una volta a proiezione di sé stesso (cit. Simone Basso). Un discorso, questo della riproposizione ad infinitum delle tesi complottistiche, ormai logoro e stantio.

Oggi invece – i cantori del giorno dopo – parlano e scrivono a vanvera; quintali di libri, di rievocazioni, pièce teatrali (?), serie televisive dall’estetica raccapricciante. La proiezione di Pantani, non Pantani stesso, alimenta un fotoromanzo ambiguo, che continua a far pagare la cauzione al buon ciclismo, nell’unico paese europeo privo di (grandi) campioni reo confessi di doping. E rimanda all’infinito la possibilità di scrivere punto e a capo. Si può morire solissimi, in una pensione, oppure diventare membri del Cio, albergando all’Hilton extralusso, pur avendo fatto le stesse cose.

Simone Basso – Il Giornale del Popolo, 14 febbraio 2014

Ancora una volta, non si capisce dove sia il confine tra la ricerca disinteressata e appassionata della verità, maggiormente rassicurante rispetto a quelle sancite da magistrati e tribunali, e la volontà di cavalcare la figurina di Pantani per ragioni di mera cassetta.
Basta, per favore. A cosa serve questa ennesima rappresentazione, appiattita completamente sulle tesi (peraltro respinte ripetutamente dai magistrati) di Antonio De Rensis, l’avvocato di mamma Tonina e della famiglia Pantani?
Il problema di questo film – su cui non mi esprimo a livello tecnico – è che sposando in modo dogmatico le tesi complottistiche (manomissione delle provette per volere della camorra a Madonna di Campiglio e omicidio a Rimini) finisce per ricostruire i fatti in modo totalmente soggettivo e parziale, tralasciando di fatto centinaia di pagine e motivazioni processuali. Finisce per mettere in discussione il lavoro e la professionalità di tutti i magistrati che si sono occupati delle due vicende. Finisce per accusare, in modo nemmeno troppo velato, i medici che curarono il prelievo a Madonna di Campiglio. Prove deboli, debolissime secondo i vari tribunali che si sono espressi. Eppure, da questi assunti, in particolare dalle frasi nebulose e de relato di Vallanzasca, si fonda tutta la prima parte del film. Peccato che le motivazioni del giudice Giuseppe Serao del Tribunale di Tione (Trento) – al termine di un processo in cui il prelievo all’hotel Touring e tutti i successivi passaggi furono esaminati in modo accurato – siano chiarissime e lascino poco spazio a nuove versioni (in quel processo Pantani fu assolto, si badi bene, non per non aver commesso il fatto, ma perché all’epoca dei fatti non era ancora in vigore la legge antidoping):

Alla luce della testimonianza e delle indicazioni dei consulenti tecnici del PM (Rizzoli e Melioli) si è giunti alla conclusione che il valore anomalo dell’ematocrito, nel caso del controllo effettuato regolarmente, in tutte le sue modalità di prelievo e di conservazione del 5 giugno 1999, durante la tappa del Giro d’Italia a Madonna di Campiglio, era stato certamente dovuto ad una stimolazione farmacologica del midollo eritroide attraverso l’assunzione di eritropoietina (Epo), farmaco destinato alle cure di gravi patologie, incluso nel regolamento del controllo antidoping dalla Federciclismo italiana per il ’99 e comportante l’esclusione cautelativa dalla corse secondo il protocollo dell’UCI“. Secondo il professor Melioli “al 999.000 per cento su un milione la stimolazione dell’eritropoiesi di Pantani è esogena (non proviene cioè dall’organismo) pregressa e molto elevata“.

Motivazioni sentenza Tribunale di Tione (sez. staccata di Trento) – Giudice Giuseppe Serao

Questo film finisce, soprattutto, per convincere gli spettatori meno informati che Pantani sia stato fatto fuori dal Giro per una vicenda non meglio precisata di scommesse, e successivamente ucciso dal mondo della criminalità riminese. E queste due conclusioni non possono essere accettate passivamente da chi, in questi anni, ha avuto la pazienza di leggersi documenti, carte processuali, libri (non quelli “furbi” che mirano al cuore dei tifosi e non alla testa) e vorrebbe, semplicemente, che i fatti venissero riportati in modo chiaro e oggettivo. Per amore delle verità e per rispetto della giustizia e dei professionisti che vi operano.

Sulla tesi dell’omicidio di Rimini – tesi respinta da più giudici, anche e soprattutto dai giudici che avevano riaperto le indagini sulla base delle nuove evidenze presentate da De Rensis – rimando alla ricostruzione, attentissima, di Andrea Rossini, giornalista di cronaca nera del Corriere di Romagna che ha seguito tutto il processo di Rimini. Come riflessione, invece, riporto un passaggio di un articolo di Cristiano Gatti, scritto nell’agosto 2104, quando furono riaperte le indagini e l’avv. De Rensis, supportato dalla Gazzetta (con relativo titolone in prima pagina) e da Italia 1, imperversava sui media.

Ma è dal punto di vista umano, diciamo pure sentimentale, che l’ipotesi omicidio – se dimostrata – sarebbe comunque un patetico fallimento. Senza paura delle parole, bisogna chiedersi: cosa aggiungerebbe alla tragedia personale di Marco, alla sua implosione spirituale, sapere che non è morto per overdose autonoma, ma indotta da qualche criminale? Niente, non aggiungerebbe e non emenderebbe niente. Niente sarebbe riscattato. Niente di sostanziale verrebbe spiegato diversamente. L’inchiesta non svolgerebbe la funzione catartica che la mamma sogna da dieci anni.
Prima, molto prima di quel finale nel residence di Rimini, Marco era umanamente finito. I gregari più fedeli e disinteressati, il Sert di Ravenna che cura le tossicodipendenze gravi, persino don Mazzi che voleva portarselo in una comunità del Sud America per allontanarlo dalla palude romagnola: tutti respinti con perdite, nell’ultima fase. Marco vagava semi-incosciente nel vortice inarrestabile di due polarità nefaste: depressione e cocaina, cocaina e depressione. I famosi mostri che si alimentano a vicenda, fino al baratro.
Questo per dire che Marco non si era ritrovato per puro caso nella stanza di Rimini, solo, in balìa degli scarafaggi di certi giri: era finito lì al termine di un lungo, penoso, orrendo viaggio personale, cominciato a Campiglio nel giugno del ’99. (…)

Cristiano Gatti – Tuttobiciweb, agosto 2014


In conclusione, per rispettare Pantani sarebbe il caso di farla finita qui. Basta, per favore. Pantani resterà nel cuore di milioni di tifosi per quello che ha fatto e per le emozioni che ha saputo trasmettere. Meriterebbe di riposare in pace e di non essere strattonato, ancora una volta, per la bandana. 

CONSIGLI DI LETTURA

Matt Rendell, “Pantani – A biography” (ultima edizione, 2015) – acquistabile qui. Una biografia straordinaria, minuziosa, in tipico stile anglosassone, che ripercorre l’intera vita di Pantani, approfondendo e chiarendo i due momenti più oscuri (Madonna di Campiglio e Rimini): un’autentica pietra miliare. Libro mai tradotto in italiano. Ovviamente.

Andrea Rossini, “Delitto Pantani – Ultimo Chilometro (Segreti e Bugie)” (Nda Press, 2014) – acquistabile qui. Andrea Rossini, esperto di cronaca nera del “Corriere di Romagna”, ha seguito in prima persona tutto il processo di Rimini, raccogliendo il materiale in questo libro.

Questo non è il solito libro su Pantani scritto sull’onda di un’emozione che non si spegne. È piuttosto un invito a difendersi dai meccanismi della macchina del mito, capace di trasfigurare la verità che, come diceva Simenon, “non sembra mai vera” e, per sua natura, lascia spazio al dubbio (forza, ma anche debolezza della ragione). L’inseguirsi dei colpi di scena risponde a una logica da fiction, prevede la sospensione dell’incredulità, parla al cuore e non alla testa, ai sentimenti profondi, specie del tifoso, che spesso affondano nell’infanzia e ne conservano la purezza (…). Le battaglie giudiziarie della famiglia del Pirata non arriveranno a dimostrare le tesi dell’assassinio e del complotto, vulnerabili a un vaglio critico, ma sfuggite all’ambito originario hanno già ottenuto lo scopo: danneggiare la sfera razionale e imbastire una versione popolare da consegnare ai posteri. In gioco c’è la memoria del Pirata, far sopravvivere l’immagine di un’immagine e trasformarla in effigie” (…). Il risultato, due facce di uno stesso reportage (da una parte il racconto degli ultimi mesi che si legge come un romanzo al quale è stato strappato il lieto fine, dall’altro un approfondito botta e risposta), si propone come una bussola perché ciascuno, a partire da alcuni punti fermi, possa orientarsi e giudicare in proprio l’attendibilità di eventuali nuove prove.”

(Andrea Rossini – Introduzione “Delitto Pantani – Ultimo Chilometro (Segreti e Bugie)”

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